Il centrosinistra di Prodi ha allontanato Roma dall’Europa

I l Professore - al secolo Romano Prodi - vola a Lisbona e fa la faccia feroce: «Abbiamo bisogno di un nuovo trattato. Chi non ci sta resti fuori» tuona a fianco del collega premier portoghese José Socrates, cui la Merkel, a fine giugno, passerà il bollente scettro di guida semestrale Ue.
Peccato non se ne sia accorto nessuno di questa nuova performance del nostro presidente del Consiglio. Un po’ come gli è accaduto quando ha deciso di inviare un video a sostegno della campagna elettorale di Ségolène Royal, filmato che ha meritato appena qualche riga su Le Monde e Libération, ma è stato ignorato da Figaro e La Croix. Il fatto è che al contrario di quello che l’Ulivo sosteneva durante il lungo regno di Silvio Berlusconi, proprio il centro-sinistra di Romano Prodi ci mette di fatto fuori dall’Europa. Molto più di quanto non accadesse per qualche intemperanza del Cavaliere. Per la vicenda Autostrade siamo guardati con estremo sospetto. Non parliamo poi della vicenda Telecom e delle intrusioni governative che a Bruxelles giudicano sostanzialmente «poco eleganti» per stare ad un linguaggio diplomatico. E sul terreno bancario? Sugli aeroporti? Son stilettate continue al modo di condurre le cose nel nostro Paese, con tanti saluti alla correttezza promessa a suo tempo dall’ex-presidente della commissione, riscopertosi oggi burattinaio di una economia ancora in mezzo al guado, tra un persistente statalismo e un tentativo di imbarcarsi nel mercato.
E mica finisce qui. Con la storia del partito democratico, Prodi sta facendo infuriare anche pressoché tutto l’Europarlamento. Già la storia della creazione di un ibrido destinato a scompaginare l’esistente non era granché piaciuta (gliene chiesero conto, prima delle elezioni in Italia, un po’ tutti i capigruppo che annusarono puzza di bruciato, ricevendo invece assicurazioni che la sua era propaganda), ma oggi - tranne i popolari che guardano ghignanti ai faticosi equilibrismi dell’Ulivo - liberaldemocratici e socialisti sono imbufaliti. Non passa giorno che Shultz (sì, proprio lui: il numero uno del Ps, indicato da Berlusconi come possibile «kapò» in una fiction sul nazismo) non chieda ai diesse dove diavolo intendano posizionarsi una volta fatto il Piddì. La rissa è alle porte. E l’antipasto è giunto giusto qualche giorno fa, coi socialisti a sostenere le ragioni di Occhetto per rimanere al suo posto nonostante la suprema magistratura italiana lo voglia fuori dall’Europarlamento. E i liberaldemocratici e la Margherita italiana a chiederne l’estromissione immediata.
Logico dunque che a Bruxelles si guardi all’Italia con crescente malumore: si preoccupano solo dei fatti di casa loro - esempio lampante la transumanza in massa di Dl e Ds per presentarsi al voto politico in Italia - presenziano in numero assai scarso alle sedute, non rispettano le regole, si vogliono mangiare il «tesoretto» anziché destinarlo al taglio del deficit e si sentono pure in grado di dettare le condizioni al resto della Ue, come fa Prodi, dicendo che si va avanti e chi non ci sta resta fuori.
Senza contare che a qualcuno fischiano le orecchie: non è stato sotto Prodi che si decise la contemporaneità dell’allargamento a 25 e della stesura costituzionale? Non fu allora che si decise di aprire le trattative con la Turchia? Quello che Prodi sentì come un trionfo personale si sta trasformando in un boomerang. Strano che da noi non ne parli nessuno. Diversamente che a Bruxelles...