C'eravamo tanto odiati

I venti mesi di Prodi sono stati un derby infinito: ministri contro ministri, rivalità tra compagni, ruggini mai archiviate. Gli screzi sono stati sempre aspri. Quando Mussi sbottò con Padoa-Schioppa: "Ma vaffa..."

da Roma

Una bella squadra di governo. Per meglio dire, un bel campionato a squadre. Durato una ventina di mesi, l’appassionante torneo organizzato da Romano Prodi all’antico stadio di Palazzo Chigi ha saputo offrire il meglio del «c’eravamo tanto odiati»: veri e propri derby, scontri di cartello e partitelle del genere Inter-Pizzighettone. Ma anche le squadre materasso, quando c’è in ballo l’onore, mordono i polpacci.
Ora che il Matarrese dell’Unione è già con la testa in Africa - tanto per non deludere chi attendeva Veltroni -, è bello ripercorrere i momenti più toccanti del campionato appena concluso.
Prodi-D’Alema. Una classicissima, fin dal ’98 (sgambetto al primo governo Prodi). I due si sono sorrisi a centrocampo con molti schemi tattici: la partecipazione del ministro degli Esteri alla Champions ne ha infiacchito l’interesse per il pollaio di casa. Salvo quando la caduta del governo in politica estera, voluta da Parisi, gli ha fatto saltare i nervi. Mentre ci si avviava stancamente allo 0 a 0, nei tempi supplementari zampata alla Altafini di D’Alema: «Prodi si ritira dalla politica? Non è una novità, magari gli telefono».
D’Alema-Mussi. Antica partita di cartello tornata in auge alla caduta della Quercia. Pochi calci, tanta filosofia da panchina, in quanto Mussi non ha mai digerito che D’Alema vi spinse Occhetto dopo la sconfitta del ’94. Da allora, Massimo lo guarda dall’alto in basso, anche se per Mussi non è una novità. «Sono lontani i tempi in cui D’Alema, Veltroni e Fassino regalarono a Mussi un riproduttore Bang & Olufsen per il suo compleanno», rammenta il ministro per l’Università parlando in terza persona per non commuoversi.
Mussi-Padoa Schioppa. Una specie di Livorno-Juve, con il ministro della Ricerca che per due volte ha minacciato le dimissioni per il taglio dei fondi. Prima di Natale l’episodio più eclatante: Mussi si alza, raccoglie le scartoffie e tra i baffi qualcuno giura di sentirgli sussurrar: «Ma vaffa...».
Padoa Schioppa-Ferrero. Scontato, triste derby tra ricchi e poveri, e si sa come va a finire. A ogni decisione economica, l’unico ministro di Prc ha cercato di racimolare qualcosa per la ridistribuzione. Anche lui abbandonando il campo per protesta (contro il primo Dpef). Retrocessi entrambi.
Ferrero-Fioroni. Lo scontro ha vissuto momenti epici sui Dico e i diritti dei gay. Quando a dare una mano è scesa in campo la Pollastrini, Prodi ha mandato tutti negli spogliatoi. Vittoria degli ultrà cattolici a tavolino.
Fioroni-Bindi. Una stracittadina del Pd, per la quale le tifoserie sono venute alle mani. L’antico spirito scudocrociato della Bindi mal sopportava aiuti extratiberini. Sui Dico, il suo gioco di mediazione ha fallito: «Mi sono battuta, ma con due scogli come Binetti e Salvi non ci sarebbe riuscito neanche Ulisse», si giustifica.
Bindi-Rutelli. Altra stracittadina combattuta a fasi alterne, un po’ a Palazzo Chigi un po’ al Loft del Pd. I gol segnati in trasferta valevano doppio, e Parisi s’è speso parecchio per sgambettare il rutilante nemico. Com’è noto, nessuno dei contendenti è riuscito a mettere le mani sulla coppa democratica: Walter unisce tutti, ma non divide con nessuno.
Rutelli-D’Alema. Partita dura e nervosa, sul campo dell’Unipol, ma giocata più sui giornali che a Palazzo Chigi. Falli di ogni tipo: dallo sgambetto alla spallata violenta. Poco c’è mancato che finisse in rissa, e difatti i magistrati hanno mandato anzitempo negli spogliatoi. Il campionato nel frattempo è andato avanti, non è detto che un giorno non si recuperi. Al dopolavoro bancario.
Di Pietro-Mastella. È stato lo scontro più violento dell’intero torneo, come se Gentile marcasse stretto Amarildo. I due sono arrivati a mandarsi a quel paese davanti a tutti, con Prodi che non sapeva più che cartellino mostrare. Il ministro della Giustizia ne è uscito con le ossa rotte: indulto, controriforma della magistratura, intercettazioni, guai giudiziari. Forte sospetto di doping su Di Pietro: ma il ministro per le Infrastrutture, invece di andare a fare il test negli spogliatoi, l’ha fatto nel Loft. Veltroni l’ha trovato pure positivo.
Di Pietro-Bianchi. Giocata sullo Stretto, di Messina. Forte del dopaggio, il ministro delle Infrastrutture ha fatto la voce grossa con il materasso Bianchi. Ma non c’era partita.
Bonino-Turco. Inatteso duello tra outsider, con la prima impegnata a penetrare nel cuore dalemiano, fino a quel momento occupato dalla ministra della Salute. «Posso testimoniare che la Bonino è stata uno dei ministri più impegnati ed efficaci», ha decretato D’Alema alla fine di tutto. La fedelissima Turco voleva emigrare nel Galatasaray.