Cerca il papà per 41 anni è nel braccio della morte

Stati Uniti, adottato da piccolo, sogna di conoscere i genitori, poi lo choc: il padre è in prigione: ora mi batto contro la sua condanna

Marco Vichi

Sean era così emozionato che non riusciva quasi a respirare. L'aereo per Cleveland gli sembrava più lento di una lumaca. Ci aveva pensato per anni, guidando il camion su e giù per il Kentucky lungo strade infinite. Aveva visto crescere i propri figli, sempre con quel pensiero fisso in testa. Finalmente aveva scovato una traccia. Sapeva da sempre di essere stato adottato quando non aveva ancora compiuto un anno. La sua vita era andata avanti tranquilla, ma ad un certo punto, verso i diciotto anni, aveva sentito un desiderio irrefrenabile di conoscere i suoi veri genitori.
Si era messo a fare ricerche di ogni tipo, senza arrivare a nulla per molti anni. Nel frattempo, durante i lunghi viaggi con il camion, si era perso a immaginare. Com'era fatto, suo padre? Che faceva nella vita? A volte gli sembrava di vederli, i suoi genitori: due bei sessantenni che si godevano la pensione nella loro villetta con giardino. Forse lo avevano dato in adozione in un momento difficile, poi la loro vita si era rimessa in carreggiata e adesso andava tutto bene. In certi momenti davanti agli occhi gli appariva suo padre: un bel pezzo d'uomo, lo sguardo gentile, la bocca dal taglio vagamente imbronciato... proprio come la sua, pensava sbirciandosi nello specchietto.
Oltre a fantasticare, aveva continuato a darsi da fare per trovare i suoi genitori. Aveva inoltrato domande, consultato archivi anagrafici, senza nessun risultato... fino a quando non aveva avuto l'idea di compilare un modulo sul sito Internet del registro delle adozioni dello Stato dell'Ohio, e dopo alcune settimane era riuscito a trovare l'indirizzo di una sua sorella, adottata come lui da piccolissima. Era proprio da lei che stava andando. Abitava a Beachwood, una piccola cittadina a una trentina di chilometri da Cleveland. Non l'aveva avvertita, voleva bussare alla sua porta e dirle chi era. Era solo un primo passo, anche se quell'incontro avrebbe cambiato la vita a tutti e due. Ma sperava anche che lei sapesse qualcosa dei loro genitori.
Guardando le nuvole si mise di nuovo a immaginare. Senza un motivo, era l'incontro con suo padre che occupava con forza la sua fantasia. Si vedeva arrivare una mattina davanti a una villetta con un bel prato verde, dove un cane buffo abbaiava scodinzolando. Avrebbe suonato alla porta, e ad aprire sarebbe venuto proprio suo padre. Lo avrebbe riconosciuto all'istante per la somiglianza dei loro tratti. Suo padre si sarebbe avvicinato allo steccato con una ruga di curiosità sulla fronte. Lui non gli avrebbe dato il tempo di fare domande, gli avrebbe detto a bruciapelo la frase che da anni sentiva fremere in gola: sono tuo figlio. Suo padre lo avrebbe riconosciuto all'istante, e dopo aver vacillato si sarebbero abbracciati. Dopo le lacrime sarebbero entrati in casa. Ci sarebbe stata anche la mamma, o avevano divorziato? Comunque fosse, davanti a un bicchiere di birra si sarebbero raccontati le loro vite, e da quel giorno sarebbe rinata una famiglia.
L'aereo atterrò a Cleveland, sotto un sole che spaccava le pietre. Sean saltò sopra un taxi e si fece portare a Beachwood, davanti alla casa di sua sorella. Era una modesta casetta di legno con un minuscolo giardino. Fece un bel respiro e suonò il campanello. Rimase in attesa, con il cuore che gli scoppiava nel torace. Finalmente si aprì la porta e apparve un uomo. Ci furono attimi di imbarazzo, poi Sean riuscì a dire il motivo per cui era venuto. L'uomo si voltò verso l'interno e chiamò sua moglie. Dalla porta sbucò una donna bionda e grassottella, che dopo un momento di sconcerto scoppiò a piangere come una bambina.
Lo fecero accomodare in casa, in un salottino dove un televisore urlava una partita di football. Sua sorella Helen lo spense, e si sedettero tutti e tre sulle poltrone. All'inizio fu difficile parlare, e per qualche minuto si scambiarono soltanto occhiate stupefatte. Poco a poco uscirono dal pantano dello stupore e cominciarono a raccontarsi mille cose. Dopo più di un'ora Sean si decise a fare la domanda che più gli stava a cuore, con una voce che sembrava uscire da sottoterra: sapeva nulla, lei, dei loro genitori? Helen cambiò faccia, come se fosse stata colta di sorpresa.
«So dov'è nostro padre» sussurrò.
«Dov'è?» gridò Sean scattando in piedi. Erano più di vent'anni che aspettava quel momento. Helen si coprì il viso con le mani.
«È nel carcere di Mansfield, nel braccio della morte...».
Marco Vichi