«Cerco la mia bimba a Pukhet, è viva»

Gianandrea Zagato

Lea ha tredici anni. E ha paura della gente, degli estranei. Passa ore e ore a riascoltare lo stesso brano. E altre ore e ore immersa nella nebbia della sua mente. Che, poi, traduce in una storia di poche righe o in un disegno dal tratto elementare. Quando le chiedono qual è il suo più grande desiderio Lea risponde che è «il mestiere di Xian Lì» ovvero insegnare. Nessuna sorpresa da parte di mamma e papà: Lea vive insieme a cinque maestre, gli angeli custodi che la sorreggono da quando aveva tre anni, da quando si scoprì che era autistica. Anche loro, adesso, aspettano il suo ritorno.
Già, Lea Torelli è scomparsa: dal 26 dicembre non si hanno più notizie. Trascinata via da quell’onda nera dello Tsunami che ha inghiottito la famiglia Torelli. Ma lei, Lea, non è morta: il suo corpo non è tra quei duemila cadaveri ancora da identificare che giacciono in un’area a pochi chilometri a sud di Patong, in Thailandia. Certezza assoluta perché il dna di Lea non corrisponde a nessun cadavere, «errore impossibile perché mia figlia è nata in Giappone e come usanza le abbiamo conservato un pezzetto del cordone ombelicale, da lì è stato “estratto” il suo dna e raffrontato» dice papà Aldo. Che nella tragedia ha perso la moglie, Keiko Nakaji, e la sorella Grazia, «io e mio figlio, Luca Yuki, ci siamo salvati ma all’appello manca Lea, la mia piccola che guardava al mondo con grande innocenza».
Miracolata che il mostro Tsunami non è riuscito a inghiottire, «eravamo arrivati al Mukdara beach resort di Kaolak il 23 dicembre: due settimane di vacanza con la famiglia» racconta Aldo, imprenditore milanese di origini pugliesi con azienda a Fukuoka in Giappone. «Il mio inferno è iniziato tre giorni dopo, il 26 dicembre: mia moglie era in spiaggia con Lea, mia sorella se ne stava sparapanzata sulla veranda e io stavo... chi se lo ricorda... quel muro d’acqua nera mi ha spinto via. Ricordo solo che ho ingoiato molta acqua... mi hanno rinvenuto a un chilometro e mezzo dal resort». Millecinquecento metri lontano da quella spiaggia dove Lea stava prendendo il sole, «ho trascorso quell’intera giornata su di una collina, poi, a sera ho potuto ridiscendere a Kaolak, all’ospedale di zona: lì ho rivisto mio figlio che si era salvato aggrappandosi ad una camera d’aria impigliatasi ad una balconata». Abbraccio di gioia con la speranza «di ritrovare vivi tutti i miei cari». Ultimo desiderio di padre che svanisce due mesi dopo, il 18 febbraio: «Sessanta giorni vissuti nell’inferno, alla ricerca dei miei affetti. Giornate trascorse tra i cadaveri ammucchiati nei templi buddisti o nelle fosse...». La voce di Aldo si rompe, il pianto l’incrina, «mia moglie era diventata un numero preceduto da tre lettere - LMK152 -, l’ho riconosciuta da un pezzetto di stoffa del suo costume da bagno e da un orecchino».
Strappi di vita familiare: fotografia di un amore nato nel cuore di Londra e cresciuto in Giappone, con due figli dalla doppia cittadinanza - giapponese e italiana - e una sorella ancora missing. «Ho messo le foto di Grazia su internet», spiega. Altri sessanta giorni di ricerca e una fattura in tasca, «quando ho ritrovato Grazia ho pagato perché ripulissero quel corpo che, ora, riposa in pace sottoterra».
E Lea? Solo ai primi d’aprile arriva una traccia che significa speranza: Lea non è morta. Alcune donne di un villaggio a cinquanta chilometri da Pukhet l’hanno avvistata. «A colpirle, mi hanno detto, era stato il suo volto asiatico riportato sui manifestini che, da solo, ho affisso girando in lungo e in largo l’intera zona». Lea si trova - secondo i ricordi - nei pressi dei bagni del villaggio che ospita profughi birmani e tailandesi rimasti senza un tetto. «Visibilmente spaesata» ma, soprattutto, «incapace di comunicare: infatti, Lea, parla giapponese» ricorda il padre. Che batte a tappeto quel villaggio ritrovando altre persone che l’avevano intravista nei pressi di un tempio dove smistavano i morti e i vivi e dove l’avevano vista piangere. «Mi hanno raccontato che Lea non era sola: era insieme ad altre due ragazze». E mentre la foto della figlia finisce su qualche tabloid locale e la polizia thai ascolta con rassegnata pazienza il racconto del signor Torelli, due detective di Scotland Yard - «sono quì, a Pukhet, per dare una mano agli inglesi colpiti dallo Tsunami» - gli offrono un po’ d’aiuto.
È con loro e con una troupe di «Chi l’ha visto?“, guidata dal collega Fiore Di Rienzo, che il papà di Lea arriva persino in un villaggio birmano nella giungla: baracche di immigrati illegali che però di Lea non sanno nulla. «Non so più a che santo votarmi: mia figlia è viva». Ma il signor Torelli da solo non ce la fa più: a Fukuoka c’è suo figlio Luca che, insieme ai nonni, attende il ritorno della sorella. «La speranza è che il governo italiano chieda un aiuto al sovrano Bhumibol Aduljadet. Anche la sua famiglia è stata colpita ferocemente dallo Tsunami che ha inghiottito un suo nipote ventenne, autistico come la mia Lea». Appello di chi attende il ritorno della figlia, l’ultima miracolata dello Tsunami: mostro che non ha divorato quella bambina che attende un passaggio verso la sua vita.
gianandrea.zagato@ilgiornale.it