Cerco ogni giorno di sentirmi un ragazzo fortunato

La positività è sempre stata una bandiera della mia musica. E della mia vita. Dal brano «Penso positivo» passando per l'«Ombelico del mondo», ho cercato di trasmettere il messaggio che l'ottimismo e la fiducia consapevole sono determinanti nella vita. Quando ho scritto «Sono un ragazzo fortunato» avevo addirittura paura di essere troppo sfacciato, di offendere qualcuno e di sembrare quasi arrogante (e, forse per contrappasso, cantando questo brano sul palco una volta mi sono slogato la caviglia e un'altra, a Salvador de Bahia, mi sono addirittura ferito alla testa sbattendo contro una trave: mi hanno anche dato dei punti).

Avevo insomma quel sottile imbarazzo all'idea che qualcuno potesse dirmi: eh sì, parli così perché per te è tutto facile. In realtà, anche se sono davvero fortunato perché sono sano e vengo da una famiglia onesta, sin da ragazzo ho avuto il «bisogno» di trasmettere agli altri questa fiducia. Mi capitava già a scuola. E mi capita anche adesso come cantante. Insomma l'idea di «crederci» mi ha aiutato sempre. In quarantadue anni di vita ho visto un sacco di volte persone che grazie alla loro vitalità e alla loro energia sono riuscite a cambiare prima loro stesse e poi il mondo che le circondava. Sono esempi che contagiano tutti e che bisogna valorizzare. E sono anche forme di ispirazione.

Ecco, oggi ai ragazzi forse manca l'ispirazione, quella che si prende da storie umane di cambiamento, di rinascita e di successo (che non vuol dire profitto o denaro, che sono forse le forme più misere di successo). Ciascuno di noi, quando deve parlare di argomenti generali, spesso finisce a parlare di sé. E così stavolta faccio io. Non ho mai voluto affezionarmi ai miei limiti e accettarli: ho sempre cercato di andare oltre.

C'è stato un periodo, qualche anno fa, in cui ero vittima della sensazione di non aver nulla da dire: tanta gente mi aveva attaccato un'etichetta e diceva che artisticamente mi ci ero irrigidito dentro. Non sapevo come uscirne e vi assicuro che è proprio una brutta sensazione quella di sentirsi imprigionati al proprio passato. Ma se smetti di rinnovarti, di avere fiducia in te stesso e nel mondo che ti circonda, muori. Artisticamente - ma non solo - muori. E così ne sono venuto fuori, facendo tanta fatica, anche grazie alle persone che ho intorno e che mi stanno più vicine. Perciò ho sempre cercato di restituire al mio pubblico questa visione: che è quella di vedere il futuro come uno spazio da riempire sfruttando anche la positività.

Io (come d'altronde tutti) ho i miei momenti difficilissimi. Ma cerco di tornare sempre a casa, che per me è il luogo del «possibile», il luogo dove si può mettere a frutto i propri talenti, qualsiasi essi siano. Il mio talento, il mio dono è quello di essere davvero positivo e di volerlo comunicare attraverso la musica. In fondo, il mondo non è 'sto posto infernale che spesso ci raccontano (e la vicenda di Obama lo dimostra). E anche l'Italia è ricchissima: siamo un Paese molto vitale e chi limita il racconto di questa ricchezza compie un danno enorme che poi si fa fatica a riparare. La realtà, insomma, è una miniera di positività: basta saperla trovare e non precipitare in quella paura che spesso nasconde tutta la luce. Io ci provo e per questo mi sento ancora un «ragazzo fortunato».

Lorenzo «Jovanotti» Cherubini

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