Ceretto, l’Alba della bontà

nostro inviato ad Alba

Per tutti Ceretto, inteso come cantina, è sinonimo di straordinari vini di Langa, rossi e pure bianchi, ma quando si va più a fondo nella conoscenza del Ceretto pubblico, alias Bruno, classe 1937, si scoprono altri mondi e pure una vena ironica che lo accompagna in ogni momento, anche quando fa affari e non solo quando divide il pranzo con te. Se suo fratello Marcello, di quattro anni più giovane, è il Ceretto privato, taciturno e tutto concentrato su vigna, viti e cantina, Bruno è il Ceretto pubblico perché ama e cerca il contatto con tutti, dall’amico al bar al capitano di industria ed è quasi il colmo perché nella comunicazione aziendale la Ceretto è all’esatto opposto dell’altro demiurgo langarolo: Angelo Gaja.
A Gaja preme mettere il suo nome sull’etichetta, quattro lettere a caratteri cubitali e il contenuto segue nella sua eccellenza. I Ceretto preferiscono reclamizzare il territorio, il vino, Alba e le Langhe, tanto sono proprietari di decine e decine di ettari di vigne pregiate che quando nel mondo uno vuole bere Barolo e Barbaresco è molto facile che ordinino un loro vino. La qualità con la forza della quantità perché i prodotti di nicchia avranno un fascino incredibile ma chi li trova sugli scaffali lontano dalla zona di produzione?
Bruno è un’autentica forza della natura. Non risparmia nessuno, nemmeno i vertici della curia albese. Se domenica scorsa al Castello di Grinzane Cavour ha presenziato a un rito laico come il trionfo del Tartufo Bianco Pregiato, quando è in Alba gioca a rimpiattino con amministrazione e curia. Tutti e tre che si affacciano sulla stessa piazza, intitolata al Risorgimento anche se nessuno la chiama così per via del Duomo che in pratica le dà il nome più autentico. Lo stesso Ceretto ha chiamato Piazza Duomo il ristorante gestito al primo piano del numero 4 da Enrico Crippa. A piano terra la Piola, un’osteria di contemporanea storicità, poi uno sceglie dove accomodarsi.
Ceretto affascina quando ricorda di essere un fautore del “capitalismo turatiano” che sta per illuminato perché obbliga il vescovo a trattare con il potere economico e lega uno come Crippa agli utili. E la stessa molla, fa sì che i Ceretto non siano solo produttori, oltre che di vino, di nocciole autenticamente langarole, la Tonda Gentile, ma anche i titolari di Relanghe, sinonimo di torrone in prima battuta e in seconda di supporto a due fuoriclasse del cioccolato e della pasticceria come Guido Gobino a Torino e Corrado Assenza in Sicilia. Il vino su tutto comunque, con l’asta vinta per assicurarsi il vigneto messo in vendita dalla curia sulla sommità della collina di Cannubi che è come dire il cru dei cru. Quando le prime bottiglie saranno pronte saranno pochissime e costosissime perché tutto andrà a favore di chi soffre.
«È un messaggio - rimarca Bruno -. I francesi in questo mitizzare i loro prodotti sono maestri. Noi italiani abbiamo solo da imparare. Diciamo che abbiamo secoli, anche millenni di storia alle spalle ma quando cinquant’anni fa iniziavo a battere i marciapiedi di New York per far conoscere i nostri vini, c’era ben poca Italia nei posti che contavano, in pratica zero».
Lui sta impegnandosi perché un giorno si arrivi agli stessi livelli. Strada ancora lunga se pensiamo che domenica scorsa, all’Alba white truffle award, il premio (30mila euro) per il miglior piatto al tartufo, oscar vinto dal russo Anatoly Komm, uno che passa per creativo perché usa le tecniche di Ferran Adrià, i sei vini a base Nebbiolo che accompagnavano ricette preziose e geniali, per quanto tra il buono e l’ottimo, non avevano nulla dello storico. «Sto mettendo via le bottiglie per arrivare un giorno a stappare qualcosa che abbia anni e anni e stupire così gli ospiti. I francesi, quando decidono che devono far scena, estraggono gioielli ultradecennali e ancora perfetti. Per qualità Barolo e Barbaresco sono ormai pari ai grandi chateaux, ci manca ancora il passato».