Ceronetti, Manganelli, Fenoglio e la maledizione del Ferragosto

Accidenti, manca ancora un anno. Dobbiamo pazientare fino al prossimo Ferragosto per festeggiare il mezzo secolo del Sorpasso, capolavoro di Dino Risi e «prova da maestro» di Vittorio Gassman-Bruno Cortona. Peccato, sarebbe stato un buon modo per sfangarsela con questo di oggi, di Ferragosto.
Ma no, forse è meglio così, è un piccolo segno del destino che ci viene in soccorso... Visto che il senso delle feriae Augusti, del «riposo di Augusto» di cui puntualmente e paganamente ci appropriamo, consiste proprio nell’attesa un po’ febbrile e un po’ annoiata, ostaggio delle consuetudini e dell’allegria a comando. Ostaggio anche, e ben volentieri, delle buone letture, purché lontane dal solleone e dal casino. Ma vicine, vicinissime fino a esservi completamente immerse, a quello che è un po’ il Natale dell’estate.
Alla categoria degli umanisti misantropi (il Ferragosto è già di per sé un ossimoro, essendo trionfo e insieme declino di balneazioni e gite fuori porta...) appartengono per esempio Guido Ceronetti e Giorgio Manganelli. Nel racconto-invettiva Il mese-che-non-c’è, il poeta-drammaturgo lamenta la sparizione dell’agosto, la sordina di vuotezza e solitudine con cui la società ha ucciso quello che Mallarmé chiamava «il primo colpo di cembalo dell’autunno sulla terra». Scrive Ceronetti: «Al culmine dell’estate una glaciazione improvvisa seppellisce buona parte delle città italiane; nello stesso tempo coste e valli sono invase da una folla infinita e pronta a tutto, di profughi. Qua l’assenza dell’agosto provoca la morte per inerzia e denutrizione, là una congestione incurabile». Essenziale e perfetto profilo del day after urbano, del «brutale squilibrio» da cui emergono «sonnambuli, gli acronici. Sono quelli che credono che l’agosto esista ancora». Tocca alle serrande abbassate dei negozi di ogni ordine e grado riportarli alla dura realtà. E Manganelli, in uno dei suoi Improvvisi per macchina da scrivere, crogiolandosi nel pessimismo cittadino, sentenzia: «La mia sensazione più profonda è che il ferragosto sia la festa del Nulla: e a questa convinzione io mi adeguo». Partigiano resistente al Nemico invisibile, lo scrittore ha fatto provviste in attesa della catastrofe: «Mi sono pettinato sommessamente, adagio. Conscio del carattere di assedio di questa festa totalitaria, sono andato acquistando nei giorni precedenti cibi di varia natura e dimensioni \. Non solo cibi: matite temperate, guide di paesi senza ferragosto - Terra di Baffin, Sikkim - edizioni sottovoce di Stendhal; medicine: antiacidi, digestivi, sonniferi completi di silenziatori da sogno. Stampe fiamminghe, casti disegni di desolate brughiere. Bandiere bianche di varia foggia, atte ai più diversi tipi di resa».
Diversamente da loro, il sanguigno Luciano Bianciardi in uno dei suoi scritti «garibaldini», Da Milano, il quindici del mese di Agosto, scende nelle strade e si fionda nel ferragosto del 1848, con il Radetzky tornato sotto la Madonnina e il Re Tentenna più che mai indeciso a tutto. C’è persino un derby fuori stagione (profezia della recentissima Supercoppa giocata in quel di Pechino): «A proposito, ha vinto il Milan tre a uno e io sono contento perché sono milanista, come Oreste del Buono e Cesare Correnti».
E se Fulvio Ervas, nel romanzo Finché c’è prosecco c’è speranza, usa un’allegra scampagnata ferragostana come leva narrativa per un’indagine del suo ispettore Stucky, Beppe Fenoglio nel racconto Ferragosto mette in scena, nell’arroventato paesaggio langarolo, il breve viaggio in corriera di due fidanzati. L’epilogo tragico, per mano del fratello di lui, si abbatte con un colpo d’ascia. Ed è il simbolo di una ferita mortale: la fine dell’estate, l’ottusità del tempo che passa e corre a raggiungere le prossime feriae Augusti.