Ma il certaldese usò il poeta per punzecchiare Catone

«Hominem pagina nostra sapit». «La mia pagina ha sapore d’uomo». Si concentra in questo verso il programma poetico di Marziale, principe dell’epigramma latino. Basta con le mostruose creature di carta, con le favolette mitologiche coperte di muffa, insiste il poeta, nato verso il 40 d.C. a Bilbilis, Spagna Terraconese, ma vissuto a Roma nell’ingrata condizione di cliente, cioè di faccendiere al quotidiano soldo dei signori. E per chiarire ancor meglio le sue intenzioni, Marziale scomoda la Vita, che delle sue poesie deve potere dire: «Questa è roba mia!». L’epigramma, dunque, come fulmineo specchio della realtà, il flash sarcastico e crudele di un paparazzo poetico di talento nella Roma dei Flavi, che si dava arie di grandezza con i suoi giganteschi monumenti (come il Colosseo, alla cui inaugurazione Marziale consacrò la raccolta Gli spettacoli), ma che nelle piazze e nei vicoli, nei corridoi del potere e nelle alcove ospitava la consueta fauna di un’umanità gretta, servile, disperata e ipocrita, ritratta nell’infinita galleria di allegri orrori dal poeta collezionista di tic e di tragiche macchiette.
Finisce così che dalla pagina di Marziale, più che un sapore d’uomo, si levi il nauseabondo miasma dei vizi collettivi. Versi scabrosi, con malsana indulgenza sulle pratiche contro natura, ma con serie attenuanti, invocate dall’autore. Se la pagina è oscena, la mia vita è specchiata, si difende Marziale. E poi è il tempo dei Saturnali, le licenziose ferie romane in cui ogni scherzo è buono. Senza contare che il genere ha le sue leggi, e se un epigramma non è piccante, che gusto c’è? Nella penombra degli scriptoria medioevali, i pii monaci amanuensi continuarono a trascrivere sui palinsesti le sboccate rime, forse edulcorando il senso di colpa con qualche giaculatoria a mezza voce, o rimarcando il distacco dal testo che si stava copiando con il gesto di grattarsi le orecchie, come fa il cane, perché l’artista pagano, pur idolatrato da questi professionisti della cultura, era per convenzione considerato ferino.
Oggi sappiamo che anche l’umanista Boccaccio vergò di suo pugno gli scottanti versi. Gli editori del manoscritto presentato ieri a Milano ci riveleranno se, a margine, l’autore del Decamerone abbia declinato il suo mea culpa di chierico cristiano in forma di mordaci insulti al poeta degli epigrammi, come facevano i timorati copisti, con i loro «briccone!» o «sciagurato!», scritti accanto ai passi più imbarazzanti. Rileggendo un passo dell’Amorosa visione, un poema didascalico scritto da Boccaccio tra il 1342 e il 1343, si ha l’impressione che il certaldese già conoscesse Marziale più a fondo di quanto gli storici della letteratura in genere ammettano. Imitando Dante, che nel Limbo incontra i poeti classici, Boccaccio immagina di riconoscere i maestri latini. Fra Terenzio e Stazio, Orazio e Ovidio, ecco Marziale, «in vista non meschina», vale a dire per niente intimorito da così scelta compagnia. E poi l’indizio. Accanto a lui, pieno di sussiego, «nel sembiante assai pensoso», Boccaccio piazza l’antico e buon Catone, il moralista, il censore dei costumi, il garante dell’integrità romana. L’accostamento è troppo arguto e preciso per essere casuale. Nella poesia che fa da introduzione ai suoi epigrammi, Marziale stesso vibra una stoccata a Catone, colto ad arricciare il naso davanti alle spogliarelliste da avanspettacolo che aprivano le festività della dea Flora. «Perché sei venuto qui, severo Catone? - gli chiede l’irriverente Marziale - se sapevi che la scena era spinta? Forse perché volevi solo che gli altri ti vedessero uscire disgustato...».
Ora saranno gli esperti a dirci se un po’ del magistrale comico che aureola figure boccaccesche come frate Cipolla o Chichibio possa risalire all’antico riso amaro di quel cantore di una Roma nel bagliore del suo primo declino.