«Per certe fasce d’età si renda obbligatorio»

L’esperto dell’Università di Milano: «Se ne dovrebbe però occupare il ministero»

Non ha dubbi Fabrizio Pregliasco responsabile del centro di riferimento per l’influenza e le malattie respiratorie dell’università di Milano, circa l’opportunità di vaccinarsi contro la meningite. Non dovrebbe essere, però, un’iniziativa del singolo oppure di una Regione, bensì del ministero della Salute. Dovrebbe diventare obbligatoria, per esempio, per una determinata fascia di età: «Solo adottando, infatti, una strategia di larga scala nel medio periodo si può ottenere una ragionevole copertura di una buona fetta della popolazione».
È favorevole dunque alla vaccinazione di massa contro la meningite?
«Occorre distinguere: nel caso di piccole epidemie la vaccinazione non è essenziale perché sono sufficienti un’attenta sorveglianza e la chemio profilassi. Fatti salvi questi episodi, la vaccinazione dovrebbe rientrare in un piano d’intervento nazionale».
Oggi cosa succede?
«Vuoi per il federalismo, vuoi per altre ragioni, ogni Regione va per conto suo. C’è quella che la propone, l’altra invece la raccomanda, da una parte la vaccinazione è limitata a un tipo di germe, dall’altra allargata a tutti i tipi».
Di quante vaccinazioni stiamo parlando?
«Contro la meningite ci sono ben tre tipi di vaccini: l’emophilus influenzae che è compreso nel vaccino esavalente che viene fatto ai bimbi nei primi mesi di età, in ogni caso entro il primo anno di vita. Questo si può dire che venga somministrato in tutta Italia. Lo streptococco pneumoiae, secondo tipo di vaccino, da farsi dopo l’anno di età, invece, in Piemonte non viene somministrato mentre per esempio in Lombardia sì. Il terzo tipo, contro il meningococco, il più contagioso, esiste solo la vaccinazione contro il tipo C mentre in Italia sono diffusi tanto il C, quanto il B. Quest’ultimo per esempio in Piemonte e e in Sicilia non è carico del Servizio sanitario nazionale, mentre in Lombardia e Toscana sì».
Si tratta in ogni caso di una copertura parziale…
«Certo, ma la prospettiva di una campagna vaccinale a livello nazionale nel giro di qualche anno potrebbe ridurre il numero dei soggetti suscettibili di contrarre la malattia».
La farebbe ai suoi figli?
«Sicuramente, i benefici sono decisamente maggiori dei rischi e poi si tratta di vaccini testati e sicuri che al massimo possono dare, come effetto secondario, qualche linea di febbre».