CON CERTI PM IL LODO FA SOLO BENE

Q ualcuno mi accusa periodicamente di essere un semplificatore e di non cogliere le sfumature della politica. Sarà. Ma continuo a pensare che dire con cento parole ciò che si può esprimere con dieci sia un delitto e non un merito. Sicché anche oggi vado per le spicce.
Il lettore non si lasci impressionare dall’argomento: Lodo Alfano. A parte che il termine, lodo, nel presente caso è impropriamente usato, si tratta soltanto di un provvedimento che tutela il capo dello Stato e il presidente del Consiglio: finché sono in carica non si possono processare. Perché? Semplice: se sono impegnati a difendersi nell’aula di un tribunale, non hanno più tempo per svolgere le attività relative al mandato conferito loro dagli elettori. Ovviamente la legge (o lodo) prevede che, alla scadenza dell’incarico, essi finiranno alla sbarra come qualsiasi altro cittadino. Chiaro il concetto?
Ebbene, ieri la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato la norma. Non tutta, ma un paragrafo delicato: quello che estende l’immunità temporanea anche ai presidenti (della Repubblica e del Consiglio) le cui eventuali pendenze risalgano a un periodo antecedente la loro elezione (al Quirinale e a Palazzo Chigi). Che c’è di bizzarro? Nulla. Perché la regola si propone di consentire a entrambi di lavorare in pace, senza distrazioni, finché sono al vertice delle istituzioni.
Ma non tutti la pensano così. La sinistra, ad approvazione avvenuta, è insorta e ha gridato allo scandalo. Tanto per cambiare, ha detto che siamo di fronte alla solita legge ad personam, cioè confezionata su misura per salvare il premier dalle grane giudiziarie in corso. L’opposizione, in coro, se l’è presa anche coi finiani che, mantenendo fede agli impegni, hanno votato un bel «sì». Figuratevi le polemiche. Sono volati gli stracci.
Antonio Di Pietro si è sfogato secondo il proprio stile. La cosa più sobria che ha detto è questa: «Siamo alla caduta della democrazia». Ullallà. Dario Franceschini: «È una vergogna». Ma il più furibondo di tutti si è rivelato l’eurodeputato dell’Italia dei valori, Luigi De Magistris, l’ex magistrato della famosa inchiesta Why not. Udite la sua riflessione: «È un’infamia». Da notare che l’ha espressa lo stesso giorno in cui il castello accusatorio (contro mezzo mondo politico) che lo aveva portato alla ribalta, strappandolo all’anonimato, è crollato miseramente: su 34 imputati, 26 sono stati assolti, compreso l’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Il quale avrebbe ora diritto di sapere chi gli restituirà gli anni perduti a difendersi da accuse infondate.
È paradossale che De Magistris si scagli contro l’approvazione del Lodo Alfano proprio nel momento in cui - grazie a lui - questa norma si dimostra quanto mai opportuna per proteggere chi ricopra un ruolo istituzionale e, benché innocente, venga ingiustamente travolto da un procedimento giudiziario.
Al di là di tutto ciò, il problema si può riassumere in breve. Abolita l’immunità parlamentare, i politici sono in balia dei pm politicizzati che si dilettano ad aprire inchieste a loro carico e che nessuno può fermare. Nel caso di Berlusconi la domanda sorge spontanea: è vero che contro di lui si esercita un accanimento giudiziario finalizzato a impedirgli, con un mezzo diverso dal voto, di governare? Chi ne è convinto, è anche d’accordo sull’introduzione del Lodo Alfano onde permettere al premier di fare il proprio mestiere. Chi la pensa diversamente, è ostile al provvedimento perché spera che il Cavaliere venga fatto fuori.
A voi il giudizio: dove sta la ragione e dove il torto?