Certificato d’agonia

Agli osservatori politici di lungo corso non sarà sfuggita la singolare somiglianza fra il conclave di Caserta e certi vertici democristiani dei decenni passati. Identica la vaghezza delle conclusioni, simile la pedanteria semantica nella ricerca di termini che dissimulassero le divisioni, eguale la volontà di diluire, glissare, rinviare. La Democrazia cristiana aveva notevoli difficoltà a mettersi d’accordo con se stessa, stante la diversità delle sue anime, difficoltà che si moltiplicavano quando si trattava di concordare programmi comuni di governo con altre forze politiche. Per superare queste asperità del percorso politico, la Balena Bianca, a dispetto della sua mole, dava prove di straordinarie doti di contorsionismo: una generazione di giovani e vigorosi leader (i «cavalli di razza») le garantivano duttilità e la possibilità di scegliere l’uomo giusto per ogni stagione che, di rinvio in rinvio, garantisse nell’immediato la supremazia scudocrociata. E il domani? Il futuro? Tranquilli, avrebbe risolto tutto la Provvidenza.
Fu proprio l’esperienza del centrosinistra, dopo la fase centrista, a rendere necessario lo sviluppo dell’arte affabulatoria e simulatoria. I socialisti premevano perché crescessero statalismo e dirigismo, con una programmazione vincolante, buona parte dei democristiani resistevano su posizioni sostanzialmente liberali e agli alleati-avversari che li incalzavano davano in segno di pace fumo e preamboli. Purché la programmazione rigida non passasse diedero anche qualche offa consistente, come la nazionalizzazione dell’energia elettrica. E ad ogni modo c’erano sempre vertici che scandivano cedimenti e compromessi e i vertici partorivano documenti, premesse, preamboli la cui inconsistenza pratica è del tutto sovrapponibile a quella del testo che pomposamente è stato chiamato il «documento di Caserta». Aria fritta, esercizi di stile ambiguo, espedienti verbali per comporre sulla carta conflitti reali.
La prova della continuità storica e politica fra i vecchi vertici dc ed intergovernativi l’ha data a Caserta Clemente Mastella, che non a caso può considerarsi figlio d’arte. Il Guardasigilli a un certo punto, riferendosi all’armistizio (o meglio, alla resa incondizionata) accettato dai sedicenti riformisti ha tirato in ballo le famigerate «convergenze parallele» e qualcuno gli ha fatto notare che parlava come Aldo Moro.
Già, allora come oggi s’usava comporre contraddizioni irrisolvibili con artifici lessicali. Una differenza, tuttavia c’è: allora col gioco dei vertici e dei rinvii si tenevano a bada – sia pure in una prospettiva di ritirata manovrata - le richieste più radicali della sinistra; oggi la prevalenza della sinistra massimalista è conclamata e i lenitivi linguistici si riservano ai riformisti illanguiditi. Un certa Dc, quella Dc di sinistra dalla quale sono scaturiti Prodi e la Margherita, ha ben metabolizzato la fase consociativa e la rinnova, addolcendola col miele amaro dei vertici, dei conclavi, dei documenti. E verranno altre articolazioni del nulla, come le cabine di regia. Saremo costretti a sorbirci il peggio dell’ambiguità post-democristiana e post-comunista. Ma fino a quando?
A questo punto qualche speranza è lecita. La tecnica dei conclavi, dei vertici e delle verifiche, che compongono sulla carta contrasti e disarmonie insanabili nell’incontro fra certi politici d’estrazione cattolica e la sinistra, funziona – poco – soltanto ai fini della propaganda immediata. I tanti documenti che hanno risolto i vecchi conclavi democristiani e governativi garantivano ai governi della Prima Repubblica una vita media di circa nove mesi. Romano Prodi dice di essere soddisfatto del suo capolavoro di diplomazia borbonica, ma il documento di Caserta, letto nella prospettiva del passato e del futuro, è soprattutto un certificato d’agonia.