CESARE MALDINI Vivere e giocare sempre fedele al Milan

Settantacinque anni, 12 stagioni in rossonero come giocatore e poi come tecnico. La carriera e i ricordi di un «Signore del calcio». Capace ancora di emozionarsi per una vittoria

«Non ho mai dimenticato l'incredibile emozione provata il 19 settembre 1954, a San Siro, la mia prima partita nel Milan. Giocavamo contro la Triestina, la squadra dalla quale provenivo e vincemmo 4 a 0. Era il Milan di Nordahl, Liedholm, Ricagni, Sorensen, Bergamaschi Zagatti, Tognon, Pedroni, allenati dall'ungherese Bela Gutmann. Mancava Gren. Il famoso trio svedese a quel tempo si era già dissolto».
Nelle parole di Cesare Maldini c'è tutta la passione per il calcio, l'amore per la società nella quale ha giocato per ben dodici anni e dove è rimasto in seguito da tecnico, un entusiasmo ancor più tangibile, durante il nostro incontro, per la vittoria ad Atene di mercoledì. A 75 anni - è nato nel 1932 a Triste - Maldini conserva il fisico alto e asciutto, lo sguardo attento e la calma con la quale fermava in difesa gli attaccanti avversari. Maldini è anche campione per essere il padre di Paolo, altro fuoriclasse del Milan, e per la modestia, il linguaggio misurato, lo stile affabile ed educato della persona, aspetti piuttosto inconsueti nel mondo calcistico.
Arrivò al Milan ne1 1954. Con le valigie in mano si presentò nella sede della società, allora in corso Venezia al 36. «Ad aprirmi la porta venne Nordahl che mi mise sull'attenti. Quando giocavo nella Triestina, avevo commesso un fallo contro di lui e lo svedese me lo ricordò severamente. Ero allora molto timido e mi sentii sprofondare di vergogna, ma poi mi sorrise dandomi il benvenuto». E Liedholm? «Un vero maestro. Studiava i nuovi giocatori e i giovani promettenti». Mi parli di Rocco. «Lo avevo conosciuto quando giocavo nella Triestina. In una delle sue prime partite da allenatore del Milan, a Firenze, perdemmo 5-1. Durante il viaggio ritorno in treno lo vidi pensieroso e quando arrivammo a Milano mi invitò a pranzo in una birreria. Era afflitto, mi confessò che voleva lasciare il Milan. Non era la squadra per lui. Cercai di fargli cambiare idea e credo di esserci riuscito perché da quel momento cambiò e ottenne i risultati che tutti conoscono».
Allora il presidente era Angelo Rizzoli... «Una persona fantastica, di grande stile che onorava le promesse. Capì che il Milan doveva avere un posto per allenarsi e creò il centro sportivo di Milanello. Rizzoli decise di servirsi anche di un manager: Gipo Viani. Nei primi tempi non piacque a Rocco Si voleva interessare di tutto, ma poi hanno trovato un accordo».
A un campione come lei Maldini si devono porre delle domande scontate, per esempio quale tra i giocatori ha ammirato di più? «Nella mia squadra ci sono stati giocatori del valore di Buffon, Ricagni, Liedholm, Schiaffino Sorensen, Sani, Cucchiaroni, Rivera che abbiamo scoperto grazie alla segnalazione di Predoni, trasferitosi ad Alessandria. Rocco e Viani lo fecero venire a una prova nel nostro campo di allenamento dell'aeronautica a Linate. Lo prendemmo subito. Come si fa a dare una preferenza?». Ci provi... «Schiaffino. Un giocatore da brivido, di classe impressionante. La perfezione anche nelle piccole cose. Inappuntabile sul campo - sempre pettinato, i calzoncini puliti con la pioggia o con il fango perché non cadeva mai e generoso nella vita privata, come la moglie Angelica, una donna ammirevole. Non avevano figli e amavano i giovani. Le racconto in episodio per farle capire che famiglia fosse. Angelica per contratto seguiva il marito anche quando la squadra era in ritiro. Una volta, in una località nei pressi di Varese, osservava ai bordi del campo l'allenamento tenendo in mano pacchi di caramelle per distribuirle ai bambini che ci guardavano. Non amavano la vita mondana e la domenica Schiaffino invitava i più giovani di noi a casa e la moglie ci preparava il pranzo. Ora è morta e Schiaffino se ne è andato poco dopo. Non poteva stare senza di lei».
E degli avversari? «Ho giocato contro Pelè, Sivori, Puskas, Cruyff, Eusebio... contro il Benfica disputai la mia partita più emozionante, nel 1963, quando vincemmo la Coppa dei campioni a Wembley ... tutti grandissimi, ma Alfredo di Stefano era irresistibile, il primo giocatore veramente moderno. Si muoveva a tutto campo con un talento impressionante. Andava a prendersi la palla in difesa e puntava alla porta avversaria come un giocatore di hockey».
Maldini non pensa che il modo di giocare al calcio sia cambiato. I giocatori scorretti, i furbacchioni sono sempre esistiti. Sono invece cambiati i metodi di allenamento, ma questo è un altro discorso. Così come non è una novità che il mondo femminile sia sempre stato attratto dagli sportivi. I calciatori sono stati inseguiti dalle belle donne oggi come ieri, con la differenza che non se ne parlava sulla stampa popolare e in televisione come avviene ora. «Il mutamento più importante riguarda caso mai - continua Maldini - l'incremento dei guadagni attraverso la pubblicità. Una conseguenza del modo di vivere del nostro tempo. La prima volta che mi hanno chiesto di sponsorizzare un prodotto - un succo di frutta - mi hanno fatto una foto e come compenso mi hanno regalato due cassette di succhi di frutta! Oggi avrei ricevuto un mucchio di soldi». Lei è sempre rimasto fedele al Milan. Cosa le ha dato questa squadra? «Un'emozione in più. Non ho mai trovato un giocatore che volesse andarsene. Il Milan ha un'organizzazione intelligente e corretta. Pensa alla casa, alla famiglia del giocatore, ti fa capire come ti devi comportare. Berlusconi è stato un presidente straordinario. Ha completamente cambiato la squadra dopo un periodo negativo. Ha trasformato il Milan, rendendolo il più forte del mondo. C'e riuscito. La riprova l'abbiamo avuta vincendo la Champions contro il Liverpool».