Un «cessate il fuoco» col nemico di sempre è già aprire il dialogo

Una straordinaria confusione regna nel mondo diplomatico su come «digerire» la vittoria elettorale di Hamas in Palestina. Nasce, in parte, dal fallimento di tutti i servizi di informazione nel prevedere questa vittoria, Hamas incluso. Ciascuno si schiera dietro posizioni massimaliste: Israele, che non tratterà mai con questo movimento, a meno che non disarmi, e Hamas che ribadisce di non volere riconoscere l'esistenza di Israele né di rinunciare alla lotta armata. L'America e l'Europa minacciano di cessare la loro assistenza economica ai palestinesi se l’organizzazione integralista non riconoscerà Israele e metterà fine al terrorismo.
Le dichiarazioni di irremovibili princìpi sia di Israele sia di Hamas nascondono una gran voglia di uscire dall’impasse senza perdere la faccia a causa di una ormai inaccettabile assimetria storica. Proprio nel momento in cui il governo ebraico si è convinto della necessità di risolvere con uno sgombro negoziato o unilaterale l'occupazione e raggiungere «frontiere definitive» con uno Stato palestinese, i palestinesi con il loro voto - che sarà anche di protesta contro il malgoverno del regime del presidente Abu Mazen, ma di cui debbono assumersi la piena responsabilità - cercano di far tornare indietro di 25 anni la storia schierandosi in massa con un partito che non ammette l'esistenza di Israele e pone la sua distruzione fisica come priorità assoluta.
Come si possa uscire da una tale e insostenibile contraddizione è difficile prevedere. Una proposta è stata avanzata dall’imam Abdul Duklan, considerato l'erede spirituale del fondatore del movimento, lo sceicco Ahmed Yassin, eliminato dagli israeliani. Duklan esclude la pace e il diritto all’esistenza di Israele. Non esclude (come hanno del resto fatto altri capi politici di Hamas) una tregua, la hudna, che anche Maometto concesse ai suoi nemici e che potrebbe essere non solo rinnovabile ma addirittura estesa per una generazione. Il che - oltre a lasciare al tempo di fare il suo lavoro - non sarebbe neppure un’eresia politica in una società internazionale in cui nessuno si scandalizza del fatto che fra Giappone e Russia non esista ancora un trattato di pace dopo l’ultimo conflitto mondiale; in cui America e Urss hanno coesistito nella guerra fredda senza rinunciare reciprocamente al diritto di distruggere il regime ideologico dell'altro; in cui Israele ha vissuto a lungo, più o meno pacificamente, con Stati che non lo avevano riconosciuto, Cina e Vaticano inclusi.
Non è detto che nei contatti che l'autorevole capo dei servizi di sicurezza egiziani, il generale Omar Suleiman, ha con il capo di Hamas esule in Siria, Khaled Mashaal (che gli israeliani hanno cercato invano di assassinare), con il ministro degli Esteri israeliano, la signora Zipi Livni, e con Abu Mazen, non si discuta proprio di una base di dialogo (a condizione che cessino gli attacchi terroristici ai danni di Israele). Il problema non è però tanto diplomatico o ideologico quanto settario e mafioso. La maniera più facile per le bande di al Fatah di riprendere prestigio - dopo la sconfitta elettorale subìta dai suoi rappresentanti politici - e di conservare le armi e i salari con cui hanno vissuto sino ad ora è un’intensificazione degli attacchi a Israele. Lo dimostra il lancio di missili contro unità navali con la stella di Davide da parte della Jihad islamica e delle Brigate di Al Aqsa, entrambe ostili a Hamas. Il problema ora è di evitare lo scontro fra i vincitori delle elezioni (militarmente inferiori) e gli sconfitti (militarmente di gran lunga superiori). Scontro che tutti - Israele incluso - paventano, ma che nessuno sembra per il momento in grado di evitare.