Cfi dà più forza alle Fiere italiane I piani al 2010

Nato nel 1982 con la denominazione originaria di Comitato interassociativo fiere industria (Cifi), il Comitato fiere industria (Cfi) è l’agenzia di Confindustria delegata a seguire in via esclusiva i problemi relativi al settore fieristico. A tal fine, aggrega e rappresenta la maggior parte degli organizzatori di Fiere dedicate al settore industriale, o in qualche modo a esso collegate. In pratica, 32 enti o associazioni di categoria, che hanno attualmente in portafoglio qualcosa come 80 marchi fieristici, la maggior parte dei quali (69) può vantare la qualifica di manifestazione internazionale.
Tutto questo si tradurrà, nel 2007, in 53 eventi, organizzati nelle più importanti sedi espositive del Paese: la parte del leone, ancora una volta, tocca a Milano, con ben 21 fiere. Seguono Bologna (11), Firenze (8), Verona (6), Roma (2) e poi Genova, Cremona, Torino, Ancona e Pordenone con una manifestazione ciascuna. E a dimostrazione di quanto appuntamenti di tale livello incidano in profondità nel tessuto economico e produttivo delle zone di riferimento, al Cfi aderiscono anche sette Associazioni degli industriali, espressioni di altrettanti ambiti territoriali caratterizzati dalla presenza di quartieri fieristici di primissimo piano. Una per tutte, Assolombarda. Forte di questo ruolo privilegiato all’interno della filiera fieristica nazionale, il Cfi si adopera fin dalla fondazione per valorizzare al massimo il settore, agendo sulla base delle strategie promozionali e degli interessi industriali espressi dalle associazioni che ne fanno parte. Nell’ambito, ovviamente, di quelle che sono le direttive generali di Confindustria. Rientra in questa linea operativa, per esempio, il significativo convegno promosso nel 2000 per sollecitare la ristrutturazione dei quartieri fieristici italiani. Significativo perché capace di produrre effetti strutturali e sistemici duraturi: le assicurazioni fornite in quell’occasione dagli intervenuti (erano presenti gli amministratori delegati di tutti i principali enti fieristici del Paese) hanno infatti portato negli anni successivi a iniziative e investimenti che si calcola sfoceranno, entro il 2010, in un incremento degli spazi espositivi pari a oltre il 50% dell’esistente.
Il settore, quindi, si muove. Cresce per affrontare al meglio le sfide che il made in Italy si trova di fronte nell’epoca della globalizzazione. Ma qual è il ruolo che le Fiere sono chiamate a interpretare nell’ambito del sistema economico nazionale? «Le manifestazioni fieristiche sono state, sono e saranno ancora per molti anni strumenti preziosi al servizio della politica di promozione e di internazionalizzazione dei diversi settori imprenditoriali», spiega Gaetano Marzotto, presidente del Cfi. «Quindi rappresentano momenti d’importanza strategica, anche in considerazione della struttura dell’imprenditoria italiana. Una struttura basata essenzialmente sulle piccole e medie aziende, per le quali la Fiera rimane il primo e fondamentale approccio al mercato».
Oggi, però, l’apertura di nuovi mercati spinge gli organizzatori a compiere sempre più spesso un passo ulteriore: non limitarsi, come in passato, ad attirare espositori e visitatori stranieri in occasione delle manifestazioni che si tengono su e giù per la Penisola, ma proiettarsi loro stessi all’estero, portando oltre confine il proprio know-how e i brand di maggior successo. Il Salone del mobile di Milano, d’altronde, già da un paio d’anni ha aperto la strada, trasferendo il marchio Saloni Worldwide a New York e a Mosca. Vinitaly e Cibus hanno fatto altrettanto, scegliendo Shangai. Le Fiere italiane hanno imparato a giocare, e a vincere, anche in trasferta? «Sì, e se sapremo cogliere tutti insieme il senso di questa sfida, a giovarsene sarà il sistema-Italia nel suo complesso», risponde Marzotto. «Secondo il nostro punto di vista, simili eventi di grande visibilità dovrebbero essere l’occasione per affiancare al discorso commerciale tipico dell’esposizione una serie di momenti d’immagine, culturali o ludici, promossi dalle organizzazioni fieristiche per testimoniare anche all’estero il significato autentico di made in Italy, nella sua accezione più ampia. Ecco, questa è la nuova mission che gli organizzatori fieristici dovrebbero porsi, per il presente e per il prossimo futuro».