La Cgia sbugiarda Visco: "Un metalmeccanico su due sarebbe un evasore fiscale"

Venezia - L’ufficio studi della Cgia di Mestre, l’associazione di artigiani che analizza l’efficacia e la congruità di alcune misure fiscali, ha fatto una «strana» scoperta: applicando a un campione omogeneo di 100 lavoratori dipendenti metalmeccanici i cosiddetti «studi di settore» usati per i lavoratori autonomi, ha «scoperto» che un metalmeccanico su due è un potenziale evasore fiscale, o quantomeno lo sarebbe se fosse un lavoratore autonomo.
Lo studio di settore non è altro che la predeterminazione, attraverso tecniche statistiche, dei ricavi medi di una singola categoria lavorativa (più spesso si applica alle imprese, ndr). Un calcolo che avviene la raccolta di dati fiscali e di dati relativi all’attività e al contesto economico. La Cgia ha quindi sommato stipendio base, straordinari, superminimo, scatti di anzianità e tutte le «voci» della busta paga. Secondo il modello statistico-matematico, solitamente impiegato per inquadrare i lavoratori autonomi, la «fotografia» fiscale che è risultata, secondo la Cgia di Mestre, non è «congrua» nel 47% dei casi. Perciò, dato che un contribuente è definito «congruo» se dichiara ricavi non inferiori a quelli determinati dal relativo studio, secondo la Cgia i metalmeccanici dovrebbero rivedere al rialzo la propria retribuzione lorda reale per un importo medio annuo di 1.430 euro.
«Chiaro che questa elaborazione è una vera e propria provocazione - commenta il segretario Giuseppe Bortolussi - ma sta a dimostrare che gli studi di settore sono strumenti statistici con molti limiti. La «provocazione» della Cgia è legata alla decisione del viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, di rivedere al rialzo i parametri sui quali calcolare le entrate teoriche, e di conseguenza l’aliquota fiscale minima da applicare in base al reddito presunto. «Così come accade per gli autonomi dopo l’introduzione degli indici di normalità - sottolinea Bortolussi - è ingiusto pretendere che sia la realtà a piegarsi a quanto pretendono gli studi di settore. Imponendo addirittura al contribuente di farsi carico dell’onere della prova».