Cgil affoga nello sciopero: è fallimento politico

Alla fine lo sciopero generale si è sgonfiato. E non solo per la partecipazione dei lavoratori che - in linea con gli ultimi due che la Cgil ha fatto senza Cisl e Uil - ha registrato percentuali da Cobas quando non sono in forma. Il flop ieri è stato più politico e sindacale che numerico. Superata la domanda chiave: ma uno sciopero contro la crisi è utile o no? Esaurite le metafore dei tanti che hanno risposto «no» («uno sciopero contro la pioggia» o «è come protestare contro la iella»), quello che resta della mobilitazione in solitaria di Guglielmo Epifani è innanzitutto una voragine nei rapporti tra la Cgil e il resto del sindacalismo italiano.
Tutti, ad esempio, a piazze vuote, si aspettavano una schiarita tra il segretario generale della Cgil e Raffaele Bonanni. Invece ieri sera il leader della Cisl ha concluso la giornata con la più infamante delle accuse per un sindacalista. Lo sciopero Cgil è stato «un regolamento di conti dentro la sinistra». Una scelta tutta politica, quindi, per un «risultato gramo». Persino gli esponenti filo Cgil del Partito democratico hanno tenuto un profilo basso, tanto che il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha parlato di «assenza del Pd».
E invece di esponenti democratici in corteo ce n’erano tanti, ma quasi tutti concentrati nel tentativo di ricucire la drammatica divisione tra i principali sindacati del Paese. A partire dal ministro ombra dell’Economia Pier Luigi Bersani. È stato tra i primi ad aderire e ieri ha fatto sentire la sua vicinanza a Epifani abbracciandolo subito dopo il comizio bolognese. Ma il primo pensiero è stato quello di incollare i cocci. Dopo lo sciopero generale della Cgil, organizzato oggi «spero che da domani il percorso unitario prenda fiato». Fuori dalle piazze anche Walter Veltroni ha auspicato «reazioni unitarie in futuro». E il numero due Dario Franceschini ha detto che gli «piange un po’ il cuore» per la divisione tra le tre confederazioni. A suo agio ieri, oltre alla sinistra extra parlamentare, solo Antonio Di Pietro che in provincia di Chieti, ha attaccato il governo: «Offende gli italiani che non hanno i soldi neanche per comprare il pane».
Un prezzo politico da pagare a fronte di un risultato? A sentire i sindacalisti non della Cgil è vero esattamente il contrario. «Tutto inutile. Hanno scioperato su una piattaforma che, come quella della Fiom, è il libro dei sogni», protesta Antonino Regazzi, segretario generale dei metalmeccanici della Uilm. «Hanno risposto in pochissimi e non perché la gente non senta la crisi. Nessuno è disposto a scioperare contro la pioggia». Il problema è che il bilancio della mobilitazione della Cgil non è neutro. «Se i sindacati non si fossero divisi e se tutti si fossero concentrati su un unico obiettivo - si accalora Regazzi - avremmo ottenuto di più. Penso alla detassazione della tredicesima. Sono sicuro che se la Cgil non fosse andata da sola il governo ce l’avrebbe data».
Ragionamenti passati in secondo piano. Perché eri a tenere banco sono state soprattutto le cifre. Quella delle piazze e quelle degli scioperi. In tutto secondo la Cgil sono scesi in strada 1,5 milioni di persone. Solo il 50 per cento in più rispetto alle previsioni. Molti meno secondo gli altri sindacati. Molti studenti. E anche autonomi, che in alcune città hanno preso di mira agenzie interinali e i consolati della Grecia. Abissali le distanze tra le valutazioni di quanti hanno scioperato. Nel pubblico impiego il governo ha calcolato meno del 10 per cento di scioperanti. Tra il 60 e il 70 per cento per la Cgil. Partecipazione «contenuta» per le imprese. «Massiccia» secondo la Cgil. Ad esempio nelle aziende metalmeccaniche il sindacato ieri dava percentuali tra il 50 e l’80 per cento. Per Federmeccanica la media è stata il 17,7%. Più o meno la differenza che passa tra un successo e un completo fallimento.