Cgil convocata per prima: Fornero sfida la Camusso

RomaIl governo l’aveva detto. La vecchia concertazione, rappresentata plasticamente dal tavolone nella sala verde di Palazzo Chigi con le parti sociali da una parte e i ministri dall’altra, va in soffitta. Al suo posto arrivano gli incontri separati con associazioni datoriali e sindacati, ricevuti uno a uno nello studio del ministro Elsa Fornero. E così è stato. Il paradosso è che il primo faccia a faccia informale sulla fase due del governo è stato quello con chi questo metodo non l’ha proprio mandato giù: la Cgil. Ieri sera, a sorpresa, il ministro del Lavoro ha incontrato il segretario generale Susanna Camusso nella sede torinese del ministero. La prossima settimana toccherà, questa volta a Roma, agli altri leader sindacali (anche se ieri ancora non c’erano convocazioni) e poi ai rappresentanti delle imprese, sempre per parlare della riforma del lavoro che il governo vuole approvare in temi rapidi. La precedenza alla Cgil è qualcosa di più del riconoscimento al primo sindacato in termini di iscritti, sembra piuttosto una risposta a chi in questi giorni ha letto negli incontri separati un modo del governo per fare emergere le differenze tra le parti sociali disposte al dialogo e quelle comunque contrarie a ogni intervento sul lavoro.
L’unità sindacale, cementata dai no ai primi passi del governo Monti, in realtà si è già sfaldata in questi ultimi tre giorni. È stata la Cgil, prima dell’incontro Camusso-Fornero, a prendere le distanze da Cisl e Uil. Il sindacato ieri è apparso rassegnato agli incontri separati («se il governo vuole l’accordo chiami i sindacati e parli chiaro»), ma è andato all’attacco delle altre due confederazioni. «Con Cisl e Uil - si leggeva ieri in un messaggio via Twitter della segreteria - bisogna concordare uno spartito: non si può chiedere ogni giorno la concertazione e poi accettare di fare i solisti stonati».
Da Raffaele Bonanni, leader della Cisl, e da Luigi Angeletti, segretario generale della Uil sono arrivati altri inviti a concentrare gli sforzi sul merito. Nel caso della Cisl, ad esempio, la priorità va data a misure che rendano meno convenienti i contratti di lavoro atipici. La Uil vuole prima vedere le carte del governo, in particolare sugli ammortizzatori.
La novità di ieri è una cauta disponibilità della Cgil su una riforma del lavoro ricalcata sul modello della proposta di legge di Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro ed esponente del Pd: un periodo di prova lungo, suscettibile di licenziamento. Poi la stabilizzazione incentivata fiscalmente con l’abbattimento dell’Irap per i datori che confermano l’assunzione, quindi un rapporto di lavoro regolare, compreso l’articolo 18 dello Statuto.
Proposta molto simile a quella Boeri del «contratto prevalente», che è per il momento la ricetta più probabile. Una riforma tutto sommato soft che non toccherebbe l’articolo 18 (che resta un tabù per la Cgil e per la sinistra) a differenza della proposta Ichino, che vede la contrarietà del Pd e di tutti i sindacati.
Possibile però che il governo intervenga anche sui licenziamenti per motivi economici. In questo anche l’articolo 18 sarebbe toccato. Le pressioni in questo caso arrivano più dal Pdl (ieri l’ex ministro Maurizio Sacconi ha ricordato le indicazioni dell’Ue e della Bce). La soluzione di compromesso alla quale i tecnici stanno lavorando consiste nell’ assimilare i licenziamenti individuali ai casi previsti per i licenziamenti collettivi, cioè con la mobilità.
Tra le altre proposte in campo, anche quelle del Pdl, ad esempio quelle di Giuliano Cazzola, in particolare sulle politiche di ricollocazione dei lavoratori licenziati, che l’esponente Pdl ha firmato con il Pd Tiziano Treu.