Cgil, «golpe» di Rifondazione a Brescia

nostro inviato a Brescia

Alla conquista della Camera dei segreti. Niente paura: la signora Rowling, inventrice di un giovane di successo come Harry Potter, può continuare a dormire sonni tranquilli fra cuscini foderati di miliardi. Nessuno le vuole rubare il mestiere, nessuno ha pensato, almeno per il momento, di buttarla in letteratura facendole concorrenza con un volume della saga del maghetto.
Ma è innegabile che alla Camera del lavoro di Brescia, con il ribaltone di ieri al direttivo della Cgil, un'altra saga sia cominciata. La saga di Rifondazione comunista che, tra un bagno di sangue e uno di folla, tra vendette trasversali e veti incrociati, ha fatto partire da Brescia un'operazione in grande stile che potremmo semplicemente definire: controllo dei lavoratori italiani.
La cronaca di questa nuova offensiva sta tutta nell'elezione, al termine di un direttivo infuocato, di Marco Fenaroli alla segreteria generale. Un cambio della guardia annunciato da tamburi di guerra, dopo la pioggia di polemiche che avevano messo all'angolo Dino Greco, il segretario storico, accusato in una lettera durissima a firma dei tre segretari Fiom di «aver scelto il discredito nei confronti della Fiom e delle lotte dei lavoratori». Basta e avanza per inquadrare il problema la conclusione di quella lettera datata 21 giugno: «A Brescia c'è una esigenza di discontinuità e di rinnovamento; la soluzione complessiva che andrà ricercata, nel percorso normale previsto dal regolamento e dallo statuto, dovrà tener conto anche dei pronunciamenti congressuali oggi largamente compromessi». Un elegante epitaffio scritto prim'ancora di aver materialmente fatto fuori Greco. Il quale aveva definito quella lettera «un'aggressione verbale infarcita di livore, un linciaggio morale e politico, segno di una degenerazione della lotta politica che ha superato la decenza e prova del patto di potere che lega il gruppo ristretto del sindacato dei metalmeccanici a una parte della Cgil». Traduzione? Avete presente cosa sta accadendo a Roma, nel governo Prodi ? Ebbene a Brescia è esattamente così e la battaglia per il potere è solo una questione interna di Rifondazione comunista, fra le due anime del partito. Per dirla chiaramente: fra il gruppo allevato da Giorgio Cremaschi, storico leader di tante lotte dei metalmeccanici e non solo, e i fedelissimi di Maurizio Zipponi, deputato del Prc e presenza che pesa parecchio sulla scena sindacale. Vessilliferi di metodi di lotta e d'azione diversi ma sempre e comunque virati di profondo rosso, che ieri, per non lasciare troppe vittime sul campo, alla fine, hanno preferito sdoganare con 52 voti una figura di mediazione come quella ben rappresentata da Marco Fenaroli. Che, se è vero che fino a qualche istante prima aveva gravitato nell'orbita diessina da ieri è la sublime sintesi del confronto tra il movimentista Cremaschi, cultore dell'assemblearismo sfrenato, ovvero del «torniamo subito a discutere con i lavoratori se la controparte si azzarda a cambiare una virgola nell'accordo» e il sempre più quotato Zipponi, 51 anni ex operaio della Franchi, che giunse alla notorietà giusto dieci anni fa, quando portò 40 pullman di metalmeccanici a Roma per picchettare l'alleanza Prodi-Bertinotti (sua frase storica: «Questa sinistra è un Ufo, che discute sulla Luna, di sistemi elettorali, di centristi e dipietrismo, facendo diventare tutto una partita di calcio»).
Tolto di mezzo Greco, Rifondazione pensa alla strategia da adottare. Tradendo un evidente imbarazzo ieri Giuliano Benetti, segretario organizzativo, ha tagliato corto rispondendo alla nostre domande con un «ci sono strappi da ricucire, ci sono dichiarazioni molto diverse, faremo una comunicato prima o poi», affermazione che la dice lunga sul nuovo clima che si respira in uno dei più nevralgici centri di potere sindacale italiani. L'impressione è che sia soltanto il primo atto.
Per chiudere come avevamo cominciato doveroso, quindi, tirare ancora in ballo la signora Rowling e il suo giovane eroe. Perché anche qui, a Brescia, siamo di fronte alla «Camera dei segreti» più che alla Camera del lavoro.