Cgil, il sindacato immobile che si oppone a tutto

Colpisce l’impotenza dell’organizzazione in ogni settore: pubblico impiego, pensionati, industria

Di fronte alle vivaci idee avanzate da Maurizio Sacconi e Federica Guidi al convegno dei giovani industriali di Santa Margherita dello scorso weekend, ma anche rispetto alle osservazioni di Pietro Ichino, Matteo Colaninno ed Enrico Morando del Pd che riflettono sull'ossificato mercato del lavoro italiano, i commenti di Guglielmo Epifani colpiscono per la logica disperatamente conservatrice: «Sono in dissenso radicale su quasi su tutto», «non ho capito che cosa vuol dire», dice il segretario della Cgil. Un «no» che, ancora prima di una piattaforma alternativa di «lotta», manifesta il desiderio di non essere turbati nel proprio potere ridotto quasi a una palude in cui vivacchiare.
Giustamente Alberto Bombassei ha detto a Epifani (che affermava: «Si produce per un mercato che da un momento, da una settimana all'altro cambia»): «Allora come mai non cambia anche il sindacato?». Eppure restare fermi è l'istinto di fondo di una Cgil per tanti versi allo sbando.
Non è incomprensibile che il sindacato storicamente di sinistra provi irritazione per le proposte governative. Il ministro Sacconi incalza con proposte che fanno male ai bonzi della conservazione sindacale anche perché sono mirate a rivedere «chirurgicamente» una serie di provvedimenti malamente messi insieme dal governo Prodi. Oltre che sulla sicurezza (da affrontare con radicalità ma non con logiche burocratiche), oltre che su part time e procedure di dimissioni (temi su cui si danno poderosi colpi alla cultura centralista della Cgil, rimandando tutto agli accordi di azienda cioè ai lavoratori) il ministro al Welfare vuole intervenire sul «job on call» (lavoro a chiamata) e sulla rinnovabilità dei contratti a termine, questioni definite malamente dal penoso accordo del luglio del 2007, che vide per mesi governo e sindacati trattare invece che sul come aumentare i salari (i lavoratori hanno ricevuto in pochi giorni di governo Berlusconi con le scelte sugli straordinari più che in due anni di centrosinistra), su piccole ma fastidiose modiche dei provvedimenti del precedente governo di centrodestra. La trattativa dell'estate scorsa fu l'emblema del conservatorismo della Cgil interessata a concessioni nominali (relativamente nocive) da parte di un Romano Prodi in affanno, per dimostrare il proprio potere piuttosto che risolvere problemi.
Oggi Cesare Damiano, che un anno fa sulle questioni essenziali intrappolò Epifani, è costretto a parlare di controriforma sacconiana. In realtà non si fa che rimettere in efficienza una linea sul mercato del lavoro, dettata da Marco Biagi, che ha funzionato egregiamente.
E in questo senso si possono valutare le reazioni ragionevoli dei leader di Cisl e Uil che chiedono naturalmente di non fare scelte senza trattative ma non assumono atteggiamenti scandalizzati.
In parte la Cgil non è più il collettore della protesta organizzato da Sergio Cofferati ai tempi del governo Berlusconi 2001, quando l'allora segretario diede il primo segno della guerra all'esecutivo del centrodestra aderendo alle proteste no global contro il G8 di Genova. Probabilmente il Cofferati furioso di quegli anni avrebbe aderito a qualsiasi manifestazione di questi giorni: da Chiaiano al Gay pride. Il depresso Epifani invece protesta ma è terrorizzato dal rompere i rapporti con Cisl e Uil. Il leader dell'area radicale della Cgil, il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini ha osservato - con qualche ragione - che ormai Epifani si occupi solo di inquadramento. In effetti quel che colpisce nel più grande sindacato è il senso di impotenza: nell'industria non si sa se puntare sui riformisti chimici e tessili o sui radicali metalmeccanici. Nel pubblico impiego si cerca di mettere i sindacalisti della scuola contro quelli del pubblico impiego (con tanto di abbandono del tavolo della trattativa) per mantenere il potere centrale della segreteria. Si cerca di difendere il potere del segretario presidiando il sindacato dei pensionati e così via. La Cgil cofferatiana guidò in modo così vigoroso la protesta antiberlusconiana anche perché faceva da ponte tra i Ds spompati di Piero Fassino e una Rifondazione che Fausto Bertinotti riportava sulla scena politica.
La scomparsa dal Parlamento della sinistra estremista pesa sul sindacato di corso Italia. C'è chi teme che il Pd dopo una fase di confronto anche aspro ma non irresponsabile, riprenderà un'opposizione pregiudiziale e questo ridarà fiato alla lotta della Cgil. Forse non ci sono le basi sociali e politiche per questo esito. Comunque la palude Cgil può provocare guasti e non sarebbe male - come ha ricordato lo stesso Sacconi - che i riformisti al suo interno si dessero da fare.