La Cgil va in piazza. Gli italiani lavorano

La manifestazione cigiellina di ieri a piazza San Giovanni è stata una consistente sfilata antagonistica con i pensionati di sicura fede portati in pullman e in treno da tutta Italia, con gli studenti dell’Onda ripescati per l’occasione, con reduci  di Rifondazione, Pdci, Verdi, del dalemismo in salsa bersaniana che spintonano per farsi vedere alla ricerca di voti (congressuali nel caso del Pd). Il vecchio apparato di Fiom e Funzione pubblica-Cgil ha fatto il suo lavoro, non è ancora come quello veltroniano non più in grado di riempire una piazza per Oscar Luigi Scalfaro.

È netto però il fallimento sindacale: terribile quello nella pubblica amministrazione, sotto il 9 per cento, sotto i risultati pessimi del 12 dicembre. Forte lo smacco nelle fabbriche meccaniche. Quando la Fiom dice che a Mirafiori ha scioperato il 50 per cento (di solito non spara mai meno dell’80) le cose devono essere andate proprio male. D’altra parte i lavoratori dello Stato hanno firmato un buon accordo senza la Cgil, che non tenta neanche, di fatto, di metterlo in discussione. La Fiom si mobilita contro un accordo nazionale sulla contrattazione, firmato praticamente da tutti (compresa la Lega delle cooperative) tranne che dalla Cgil, senza alcuna proposta alternativa tranne farfugliamenti estremistici su un governo che abolisce democrazia e diritto di sciopero. Parole che possono trovare ascolto in qualche centro sociale non tra chi vive del proprio lavoro. Un certo spazio per proteste antagonistiche in una fase così acuta di crisi c’è e resterà, e va affrontato con il dialogo verso i settori sindacali e politici con senso di responsabilità.

Anche se non è facile interloquire con «democratici» che un giorno propongono di rimettere in discussione l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e le pensioni delle lavoratrici, e il giorno dopo sfilano contro il governo della fame e della repressione. Walter Veltroni, che sorprende sempre per la vaghezza di fondo, si chiede perché non si possa fare scioperi generali all’altezza di quelli francesi. A Parigi ma anche in Germania, le manifestazioni più rilevanti hanno avuto come protagonisti i pubblici dipendenti, trascurati e in qualche modo male informati dai governi. In Italia la maggioranza di centrodestra ha iniziato sin dalla campagna elettorale a ragionare sulla gravità della crisi e con i pubblici dipendenti ha dialogato, nello stile franco di Renato Brunetta, chiedendo rigore ma garantendo il merito, e ha siglato un ottimo contratto, che risulta ancora migliore dopo il forte calo dell’inflazione. La forza del governo è stata la verità: la verità nel raccontare le difficoltà senza stupidate su tesoretti nascosti, la verità su un deficit dello Stato che non consente forzature pena il default dei titoli pubblici, la verità nel passo dopo passo nel metter insieme provvedimenti concreti (social card, ampliamento degli ammortizzatori, rete di sicurezza per le banche nettamente meno costosa di quelle approntate all’estero, aiuti non protezionistici ad auto ed elettrodomestici), la verità nell’avvertire di una crisi dalle caratteristiche non ancora definite che dunque va affrontata con pragmatismo.

Di fronte a questo atteggiamento, c’è lo sbandamento della Cgil che non sa letteralmente che cosa vuole (a parte fantasiosi piani di spesa da affrontare con più tasse) con un povero Guglielmo Epifani che piange sul Manifesto perché non potrò andare a Strasburgo (e sordianamente dice: a me m’ha rovinato la crisi).