Chabrol: con la Huppert voglio spiegare l’ebrezza del potere

Maurizio Cabona

da Torino

Si chiamerà L’ivresse du pouvoir («L'ebbrezza del potere») il nuovo film che Claude Chabrol presenterà in febbraio al Festival di Berlino; al Torino Film Festival presenta invece il suo mezzo secolo di cinema, cui sarà dedicato un catalogo non ancora pronto. Pronto invece l’umorismo di Chabrol, quello della persona che s'è divertita lavorando. Non ha vinto Oscar, Leoni o Palme, Chabrol (1930): ha vinto il tempo. Della Nouvelle vague è - mezzo secolo dopo - l’autore più assiduo: una sessantina di film come regista e sceneggiatore, più alcuni - incluso Fino all’ultimo respiro di Godard - come produttore.
Signor Chabrol, con L’ivresse lei insiste nel raccontare la classe al potere in Francia: la borghesia. Oggi minacciata dalle periferie, però.
«Si racconta quel che si conosce e io sono un borghese. I quartieri degli immigrati sono stati descritti da film come L’odio di Kassowitz. Io potrei solo descrivere le reazioni in un ministero».
Nel maggio ’68 lei fu fra gli «insorti» al Festival di Cannes.
«Non ho più l’età per queste cose. Osservo che gli immigrati delle periferie si danno all’autodistruzione: incendiano le loro scuole, le loro auto. Non escono dai loro quartieri e ciò impedisce che la loro protesta diventi una rivolta».
Accade ora in Francia quello che accadeva a Watts, Los Angeles, capitale mondiale della cinematografia.
«Ma da Watts si cercò di estendere la violenza alle zone ricche della città. Prima passiva, la polizia divenne allora durissima».
In questi giorni ci sono comportamenti del potere costituito che la colpiscono?
«Un sindaco, deputato del partito di Chirac, ha esortato i dimostranti violenti a spostarsi nelle aree vicine, non amministrate da lui! Ecco: questo è un soggetto per il mio cinema».
Nei film lei è sempre più incline al grottesco. Prima però prediligeva la parodia.
«Quando la Nouvelle vague aveva smesso di essere un buon affare per i produttori, essi rifiutavano i soggetti che proponevo e me ne offrivano altri, che io rendevo delle parodie».
Dunque?
«Mi divertivo! Poi quelle storie, impresentabili se prese sul serio, prese sul ridere funzionavano. Lasciandomi fare, i produttori guadagnavano».
Qual è il suo produttore ideale?
«Quello che non vuol fare anche il regista».
La tigre ama la carne fresca, Criminal Story, Marie Chantal contro il dottor Kha sono del suo filone parodistico. Però ora lei è un’icona da festival.
«Sono ridotto così male? Sa che tuttora scelgo gli attori che non conosco di persona portandoli a pranzo? Non prendo chi mette la mano sul bicchiere quando verso il vino. Scherzo! Ma non troppo!».
Chi sarà protagonista dell’Ivresse?
«Isabelle Huppert, sebbene sia magra: non mangia più nulla».
Ancora una volta le darà un personaggio promiscuo?
«In Violette Nozière, in Un affare di donne e in Madame Bovary lo era. Negli altri film no».
No? Nel Buio nella mente c’è il sottinteso saffico, che diventa incestuoso in Rien ne va plus e adulterino in Grazie per la cioccolata!
«Lei pensa male (ride)! Ma forse, sotto sotto...».
Dunque la giudice Huppert non tradisce il marito?
«No, però lui si getta dalla finestra. Comunque non muore».
Ci sono i pompieri, sotto?
«No, lui si butta solo dal secondo piano. Ha una pistola, dunque, se avesse voluto davvero morire...».
Si butta per la moglie?
«In un certo senso. Giudice istruttore, la Huppert lo trascura e lui si sente tradito. Come se lei preferisse l'uomo delle pulizie».
Su che cosa indaga il giudice Huppert?
«Su un caso ispirato da un reale caso di corruzione petrolifera. Però nel film non si dice mai la parola petrolio». Chi le manca?
«Jean Yanne: parafrasava lo slogan di Vichy, “La terra non mente”, ne “La trippa non mente”! E Paul Gégauff: nelle sceneggiature ci sfruttavamo a vicenda, allegramente, ed è morto proprio come un suo personaggio, ucciso a pugnalate dall’amante la vigilia di Natale».