Chabrol: «Racconto la corruzione del potere»

Maurizio Cabona

da Berlino

Isabelle Huppert partecipa a tutti i grossi Festival, creando il solito problema: ogni giuria dovrebbe premiarla. La sua interpretazione del giudice istruttore nella co-produzione franco-tedesca in concorso ieri alla Berlinale, L’ivresse du pouvoir («L’ebbrezza del potere») di Claude Chabrol, ne è l’ultima conferma.
Regista sornione, con alti (in questo caso) e bassi (La damigella d’onore, Venezia 2004), Chabrol dimostra che il mezzo secolo d’artigianato alle spalle lo porta anche a toccare l’arte, ma sempre senza prendersi sul serio. Poiché L’ivresse du pouvoir romanza reali malversazioni e corruzioni tra Francia e Germania (caso Elf-Aquitaine), mi spiega: «L’annuncio "Ogni allusione a fatti reali è puramente casuale", anche qui significa solo che l’allusione è voluta».
Come regista, Chabrol è uomo di potere, ma gira film che il potere ridicolizzano. «Quello del regista - mi dice - è tanto, ma su poca cosa. Però, che cinquanta-sessanta persone cerchino di realizzare i suoi sogni, il film cioè, l’aiuta a vivere».
Stavolta il film ha un titolo che parla d’ebbrezza del potere, ma non del denaro. In effetti la ricchezza rubata - e dichiarata tale - è esigua: meno di quattrocentomila euro; altro che le «consulenze» italiane da cinquanta milioni dei medesimi... Controllando il potere politico, il giudice si scopre contro-potere. Ma quello impersonato dalla Huppert non è un giudice giustiziere. È chiaro quando, pensando al popolo in nome del quale applica la legge, conclude: «Ho fatto il mio dovere, ora s’arrangino».
«L’idea del film - mi dice ancora Chabrol - m’è venuta vedendo gli imputati del caso Elf tornare dai Caraibi, dov’erano fuggiti, tutti abbronzatii». Mentre più pallida del solito è la Huppert, un contrasto che Chabrol - stimolato nella conferenza stampa da una domanda di Enrico Ghezzi, che dei reduci della Nouvelle vague è un devoto - ammette casuale, però perfetto per significare un antagonismo.
Furbi negli affari, vili nell’inchiesta, gli imputati sono umani, troppo umani. Dunque il film sta col giudice? Però il giudice, sprezzante con gli imputati, è anche algida col marito medico (Robin Renucci), tanto che lui tenta il suicidio. «Ognuno ha i difetti delle proprie qualità, e viceversa», commenta Chabrol. Allora è un film anche contro il giudice? Sì. Ed anche contro il marito, visto che Chabrol precisa: «Uno che si getta dal primo piano, anziché spararsi con la sua pistola, non vuol morire».
Non è tutto. Il magistrato si chiamava da signorina Killman (in inglese: ammazzauomini), ha sposato il dottor Charmant (in francese: affascinante), diventata così Madame Charmant-Killman. E l’ossimoro è chiaro. Poi c’è un imputato che si chiama Sibeau (così bello). Perché? «Parce qu’il est si con» (perché è così scemo), ride come un bambino Chabrol e aggiunge: «Ho giocato coi nomi per prendere le distanze dai personaggi».
Alla fine, un imputato (François Berléand), in ospedale per depressione, incontra il giudice in visita al marito, mancato suicida, ma effettivo cornuto. E l’uno dice all’altra, riferendosi alle conseguenze dell’inchiesta: «Mi dispiace». È la chiave del film: nessuno è contento per quel che è successo.
Ogni tanto la realtà prende il sopravvento perfino al cinema.