Chailly accelera Beethoven come voleva Beethoven

nostro inviato a Lipsia

Alla fine, poi, appena sfumato l’Allegro con brio della Settima, Chailly a braccia aperte e i maestri stravolti dalla fatica, subito quel signore della terza fila è saltato in piedi inseguendo per aria il suo applauso. E con lui tutta la sala della Gewandhaus fino ad allora seduta al cospetto del guardingo Schuke argenteo, l’organo immane, 92 registri e oltre seimila canne. Standing ovation. Quattro o cinque minuti. Una rarità qui a Lipsia perché se sei abituato all’orchestra più antica del mondo (pare), diretta anche da Mendelsshon e Furtwängler, allora l’entusiasmo è una cosa seria, da centellinare. C’erano insomma persone commosse, alla fine. Ecco perché il ciclo di Beethoven che Riccardo Chailly ha battezzato qui con l’Orchestra che dirige da sei anni, prima di portarlo a Parigi, Londra e Vienna, è un evento che supera la musica e la sua esegesi diventando un rito imponente ed entusiasta, una liberazione d’estasi che, vedrete, sarà identica anche nel resto d’Europa. E che Beethoven The Symphonies, il cofanetto di cinque cd che esce oggi, conferma di tutto punto. Beethoven come voleva lui stesso. Con i tempi del suo metronomo. Con le clamorose accelerazioni che, come nel Minuetto dell’Ottava o nello scemare della Settima, talvolta sono state dimenticate o maliziosamente rimosse. «Tecnicamente impossibili da eseguire», hanno detto per quasi due secoli, trasformando una convinzione di comodo in una tradizione consolidata, aggrappandosi persino all’ipotesi che, come ha elencato qualche tempo fa anche il New York Times, Beethoven avesse un metronomo rotto o che fosse pazzo o che si divertisse a fare il punk con un secolo e mezzo di anticipo, provocando per il gusto rivoluzionario e annoiato di farlo, lui così pioniere da essere futuro in mezzo al presente. No, non è possibile che avesse immaginato davvero questi tempi. Invece.
Chailly, che sul podio ha il gesto ampio e imponente, teatrale fin dove è lecito, austero ma confortevole persino nel chiamare in piedi la sua Gewandhaus Orchester, è entrato piano piano nell’animo di Beethoven, quindici anni lunghi di studio e sunpazeia, fino ad avere il «coraggio», così dice lui, di dirigere le Sinfonie con i tempi fissati dal compositore sui suoi spartiti, come fecero Mendellsohn e pure Toscanini nel suo tramonto di vita, pazzescamente furiosi, liberatori, quasi a dimostrare che l’Ottocento era così bulimico di energia da ributtare anche nelle note lo zeitgeist, lo spirito creativo e rivoluzionario che girava nelle corti e nelle piazze d’Europa. C’è chi dice che da allora la musica, tutta la musica, ha pian piano rallentato il ritmo proprio perché assuefatta, mitridatizzata dalla crescente pigrizia intellettuale del Novecento. Forse. Di certo la Prima e la Settima dirette l’altra sera hanno stordito il pubblico, entusiasmandolo. E hanno sfiancato i maestri d’orchestra, gli archi soprattutto, impazziti nello sforzo immane di rispettare Beethoven anche laddove, come nell’Allegro molto e vivace della Prima oppure nel Presto della Settima, per due secoli pochi hanno pensato possibile farlo. E così, usciti i musicisti dal palco, quando l’alto e brillante Kurt Masur, classe 1927, leggenda della Gewandhaus che ha diretto per ventisei anni, si è presentato a festeggiare Riccardo Chailly, ecco, proprio allora Beethoven ha confermato di essere ancora acceso, interpretabile, così gonfio di forza da sfrecciarci accanto alla velocità che voleva e che quasi tutti finora hanno avuto paura di accettare.