CHAILLY esalta Puccini alla Scala

Il maestro dirige stasera la Filarmonica nel concerto straordinario per i 150 anni della scomparsa del compositore. In programma tre opere della maturità

Riccardo Chailly e la Filarmonica della Scala. Certamente un amore. Magari un po' litigarello, ma consensi e mugugni regolarmente risolti in stima e affetto. Riccardo Chailly e Puccini. Un amore eterno e inossidabile. Una passione che ha sempre spinto il direttore a cercare, analizzare, trovare altre strade.
Oggi alla Scala si ritrovano tutti. Chailly, la Filarmonica e Puccini. L'occasione è la terza tappa del percorso tracciato dal Comitato per le Celebrazioni Pucciniane (150 anni dalla nascita, Lucca 22 dicembre 1858), nella figura del presidente Bruno Ermolli, che cammina spedito verso l'epilogo del 2008. Quando a Torre del Lago si inaugurerà finalmente il famoso teatro. Quel «Puccinianeum» che i fans del festival estivo (tutto palafitte e lago di Massaciuccoli) invocano sconsolati da decenni. Chailly sceglie tre opere della maturità, ciascuna con un suo specifico. La Fanciulla (Finale atto primo) per il colore straussiano, la Rondine (Atto II, dall'inizio al n.38), partita come operetta per la scena viennese e divenuta un prezioso e raro mix, per la lunga variazione del tema del valzer, i due Strauss, Johann e Richard, inclusi. Butterfly riletta con la scena dell'attesa tutta unita, come alla prima scaligera che tanto dispiacque al pubblico, perchè ricalca esattamente i sentimenti dell'autore folgorato da «Madame Butterfly, a Tragedy of Japan» dell'americano David Belasco. Puccini infatti vede la pièce a Londra, non conosce l'inglese, ma resta senza fiato davanti alla quella scena.
Quindici minuti di silenzio assoluto risolti sul sorgere del sole. Gli stessi che nell'opera diventeranno l'epicentro drammatico. Appunto il Coro a bocca chiusa. Solisti il soprano Isabelle Kabatu, il mezzo Francesca Franci, il basso Angelo Veccia e i tenori Mario Malagnini e Nicala Martinucci in sostituzione di Vincenzo La Scola. Quanto a Chailly, il suo interesse per Puccini, cioè il musicista italiano che andava a ascoltare Schönberg e Stravinskij distinguendosi per curiosità intellettuale dai coetanei della Giovane Scuola, trova mille perchè. Il maestro arriva da Lipsia dove dirige il complesso più antico d'Europa. E porta con sé un'intervista che ne coglie i contorni con molta esattezza. L'affrancamento dal padre (famoso compositore), la gavetta negli Usa lontano dagli inevitabili favori dinastici, la lezione di Karajan del quale è assistente per 5 anni, la lunga convivenza con il Concertgebouw di Amsterdam, dove è chiamato per rinfrescare il repertorio. L'ansia di perfezione di quei professori.
I suo rapporto con la sinfonica di Berlino est, l'approdo a Lipsia. La patria di Bach. Il luogo dove, al Gewandhaus, sarebbe impensabile programmare Johann Sebastian senza il permesso dell'attuale Cantor. Il suono dell'orchestra, «matrice di tutte le orchestra europee». La distribuzione all'antica, con i contrabbassi a sinistra e i violini alla destra e alla sinistra del direttore. La montatura mediatica della polemica Alagna (il Radames fuggitivo del 7 dicembre). Non interesse per l'opera ma gossipmania.
Dopo Puccini restituiamo Chailly alla sua Lipsia. Ma non per molto. Il autunno c'è la tournée americana con la Filarmonica e nel prossimo cartellone il «Trittico» di Puccini, quello che lui usava dirigere ogni Natale a Amsterdam.