Una chance per Battisti? Sì, la galera

Dategli una seconda chance, chiede, con qualche baldanza, il fratello di Cesare Battisti. Una seconda opportunità. Di seguitare a fare il latitante visto che la prima, pur sostenuta dalla gauche caviar transalpina e confortata dalle stucchevoli smancerie di madame Bruni in Sarkozy è andata storta? Di continuare a sottrarsi al mandato di cattura e quindi di scontare la pena alla quale è stato condannato? Non sa dire altro, Domenico Battisti, che: «Cesare è un ragazzo che ha sbagliato per seguire degli ideali». Come se gli ideali fossero tutti degni e rispettabili, tali comunque da rappresentare una attenuante morale, prima ancora che giudiziaria. Quattro omicidi - Antonio Santoro, Lino Sabbadin, Pierluigi Torreggiani, Andrea Campagna - pesano sulla coscienza di Cesare Battisti. E di quelli deve dar conto, non dei suoi ideali. «Erano anni caldi, c’erano i fascisti e i comunisti, ce le davamo. C’erano le contestazioni, la fabbrica», prosegue il fratello Domenico chiamando in causa la responsabilità collettiva, l’agevole via di fuga indicata dalla sociologia progressista: nessuno è colpevole perché è colpevole l’indistinto della gente, la società, le circostanze. Troppo facile e anche troppo consumato, come argomento. Quando Battisti ha premuto il grilletto o ha dato l’ordine di farlo era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali; sapeva quel che faceva e intendeva fare proprio quello: uccidere. «È un uomo senza patria che ha una moglie e due figlie - seguita Domenico Battisti -, bisogna metter fine a questa storia affinché mio fratello trovi finalmente un po’ di pace». Fa sorridere la parola pace in questo contesto. E poi non quella cerca Cesare Battisti perché se così fosse la potrebbe trovare benissimo in carcere, luogo fra i più opportuni per fare i conti con la propria coscienza, senza i quali non c’è pace dell’animo che conti.
Ma anche così, da latitante e specie quando lo era di lusso, in Francia, Cesare Battisti avrebbe potuto iniziar l’opera cominciando a chiedere il perdono ai familiari delle persone morte di sua mano. Nemmeno il fratello fa cenno, mi par di ricordare, al pentimento. Deve essere un assunto non preso in considerazione, nella famiglia Battisti. Di pace, moglie, figli, ideali, fascisti, comunisti, anni caldi, fabbriche, scontri se ne può parlare, di rammarico per il sangue versato, no. E c’è di peggio: in una intervista rilasciata ad un quotidiano brasiliano, Cesare Battisti, riferendosi a Alberto Torreggiani (il figlio di Pierluigi, costretto alla carrozzella perché colpito anch’egli dal piombo idealistico di Battisti) e alle sue dichiarazioni a favore della richiesta di estradizione, ha avuto il coraggio di affermare: «Lui soffre le pressioni da parte del governo italiano, perché, dopo tanti anni di lotte, ha ottenuto una pensione come vittima del terrorismo... Gli stanno facendo pressioni, perché potrebbero ritirargliela». Come a dire che Torreggiani non gli si mostra amico e solidale solo per una questione di soldi. Pensiero di una bassezza, di una volgarità che la dice lunga sul latitante Cesare Battisti e sul suo animo, ancora nutrito delle spregevoli passioni, dell’odio e del disprezzo che erano il bagaglio etico del militante nei Pac, Proletari armati per il comunismo.
Visto il suo cursus honorum, non stupisce più di tanto che Cesare Battisti insista a pescare nella sentina del rancore. Sorprende, invece, Domenico, che invoca una seconda chance come se fosse dovuta e senza contropartita - senza un accenno al pentimento -, solo perché Cesare è un compagno («la nostra famiglia è sempre stata di sinistra», ha messo in chiaro) che ha sì sbagliato, ma in buona fede, mosso da un ideale: quello di abbattere con le armi - il Pac si definiva «armato» - uno stato borghese e, in quanto tale, illegittimo. Se così pensava di rendere più accattivante la figura del fratello, se pensava di impietosirci, ha fatto male, ma molto male, i suoi calcoli. In galera.