Chardin, il pittore filosofo che fotografò il Settecento

Autodidatta, solitario, anticipatore del modernismo. Eppure il grande francese èstato a lungo trascurato. Ora una mostra a Ferrara ne riscopre il fascino sottile

Per cercare di spiegare la pittura di Jean-Baptiste Siméon Chardin bisogna davvero scomodare i maggiori, da Jan Vermeer a Cézanne e Van Gogh, fino al Novecento, con Braque, Matisse e, naturalmente, Giorgio Morandi? Per cercare di interpretare i suoi sovrumani silenzi bisogna spiare il suo volto agghindato col buffo copricapo da massaia dell’Autoritratto? - lo stesso che Marcel Proust definiva «stranezza grottesca d'un vecchio turista inglese»?
Chardin è pittore unico, nella storia dell’arte, che attraversa secoli, temi e modi. Peccato ridurlo soltanto il centro di un prisma di riferimenti incrociati e citazioni altrui, salti di secoli, modelli, intuizioni, premonizioni.
Chardin nasce nell’anno in cui vengono al mondo l’illustre collega Pierre Subleyras e Giandomenico Guardi, il veneziano Giuseppe Nogari e l’architetto Ferdinando Fuga: è il 1699. E mentre a Venezia la fortunata bottega dei tre fratelli Guardi viene chiamata «ditta», Subleyras, celebratissimo pittore di storia, esegue il ritratto di Benedetto XIV per il cardinale Valenti Gonzaga e la Messa di San Basilio per il Vaticano, Chardin lavora solo, quasi completamente autodidatta, non viaggia, non scende in Italia, come tutti, e si fa accogliere all’Académie Royale con due opere dal titolo La razza e Il buffet.
Figlio primogenito di un ebanista specializzato nella costruzione di biliardi, cominciò cercando di assecondare il sogno del padre: seguire le sue orme. Quindi Chardin intraprende il suo mesto apprendistato, prima a bottega dal padre, poi finalmente presso lo studio di un anonimo seguace di Le Brun, e poi del fratello di Coypel...
Aveva esordito con la grande insegna per un chirurgo, una scena vivace e animata con un «uomo ferito da un colpo di spada che viene trasportato nella bottega del chirurgo, mentre la folla si assiepa»... (oggi perduta), ma venne accolto all’Accademia Reale nel 1728, come «pittore nel talento degli animali e della frutta». Pittura di genere, si diceva, pittura minore. La razza aperta è un dipinto straordinario, fuori dal tempo e dal gusto, fuori dalle scuole: un ammasso raccapricciante e incombente di materia rossastra e squartata. Che un’opera così, travaso di secoli e di significati, mirabile ponte sospeso tra le macellerie del giovane Annibale Carracci e il bue di Rembrandt, abbia portato il ventinovenne figlio di un artigiano a salire i gradini dell’Accademia di Belle Arti, è uno dei grandi successi della storia delle scuole ufficiali.
Chardin usa toni bruni, terrosi, umili, accostati pastosamente l’uno all’altro, pronuncia affermazioni degne di ogni modernità: «noi usiamo i colori ma quello con cui dipingiamo è il sentimento». Ora, e per la prima volta in Italia, una ricchissima selezione della sua opera è esposta al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, accompagnata da un catalogo curato dal maggior studioso del pittore, Pierre Rosenberg ( Chardin, Il pittore del silenzio, dal 17 ottobre fino al 31 gennaio 2011, catalogo Ferrara Arte).
Con pazienza e regolarità l’artista sottopone alla Parigi del tempo che ha tutt’altri gusti e tutt’altri autori, la sua distesa di bricchi, bicchieri, pipe, conigli: sembra un fiammingo, ma non lo è. Dipinge come Giuseppe Maria Crespi, un altro isolato della coeva Bologna settecentesca, nato trent’anni prima: le sue modelle sono domestiche, sguattere, garzoni senza nome, fanciulli al gioco. Stanno dentro una bolla sospesa di silenzio e di attesa, dove nulla accade, mai. Parla soltanto la pittura che si arriccia e si arrischia per dare il giusto tono del catino, o il polveroso bianco della porcellana, la tremula esistenza della bolla di sapone. Gli oggetti stanno al centro, ben ordinati, chiaramente sciorinati. Chardin filosofo, Chardin naturalista.
«Dopo aver bruciato le giornate e passato le notti sotto la lampada davanti a una natura immobile e inanimata... ci presentano la natura vivente», si lamentava al Salon, «e di colpo il lavoro di tutti gli anni precedenti si riduce al nulla».
Amato da colleghi e letterati, dal potente segretario dell’Accademia, Charles-Nicolas Cochin, Chardin tessé la sua solitaria trama fino a ottant’anni. Alla fine non dipingeva più ad olio, perché era diventato allergico, e faceva pastelli. Era rimasto vedovo, aveva perso una figlia, poi un figlio.
Chardin, con la sua modestia e la sua visiera da casa, il rosa consunto della sciarpa, l’avrebbe voluto «pittore di storia», finalmente, il primo in famiglia. Ma Jean-Pierre Chardin morì cadendo in un canale a Venezia, anno 1772.
E Van Gogh a suo fratello, cent’anni dopo: «ho spesso sperato, per Chardin, di sapere qualcosa dell’uomo».