«Charles Darwin? Ecco la verità sull’evoluzione» Peter e Rosemary Grant raccontano al Giornale il loro lavoro sulle orme del grande naturalista

A vederli nel museo di Storia naturale di Milano (dove sono giunti per i Darwin days) sembrano due garbati turisti in età entrati a visitare la raccolta zoologica e che poi si siano un poco spersi tra le migliaia di creature lì custodite. Ma Peter e Rosemary Grant, tra generi, specie e fila sono tutt’altro che fuori luogo. Calorosi nelle loro camiciole a maniche corte, sono i due biologi che più da vicino hanno seguito le orme di Darwin, studiando per decenni i fringuelli delle Galapagos.
Il loro lavoro ha illustrato quanto incida la selezione naturale sulla struttura fisica delle quattordici «specie» di questo uccello che si trovano sull’isola. Soprattutto sono riusciti, almeno in parte, a dimostrare come il cambiamento fisico si colleghi alla mutazione dei geni. E per far questo hanno dovuto inventare un complicato sistema per la conservazione del sangue di questi volatili, che era impossibile refrigerare su quelle isole disabitate. Uno sforzo che è valso il premio Balzan (2005), riconoscimento italo-svizzero che alcuni ritengono addirittura più prestigioso del Nobel (e che si porta dietro fondi di ricerca per centinaia di migliaia di euro).
Nel loro raccontare una vita sulle tracce di Darwin, il sentimento che predomina è l’emozione. «Siamo onorati di aver visto gli stessi posti in cui è nata buona parte dello studio empirico che ha portato all’Origine delle specie - dice Peter da sotto i suoi capelli nivei e scompigliati -. Abbiamo guardato con occhi nuovi ciò che avevano guardato gli occhi di Darwin. E in certi momenti, visto che l’arcipelago è incontaminato, abbiamo proprio avuto l’impressione che la distanza temporale scomparisse, collassasse... E di guardare le stesse cose che vide lui». La moglie Rosemary si affretta però a precisare: «C’è da dire, comunque, che non abbiamo scelto le Galapagos per motivi storici, ma perché sono una sorta di laboratorio perfetto. Darwin ha trovato lì condizioni ideali che persistono ai giorni nostri. Specie simili che in alcuni casi si “ibridano” tra loro e in altri no. Assenza di predatori e competizione per il cibo che dà una forte spinta evolutiva. Popolazioni di uccelli che si riproducono abbastanza in fretta per valutare il cambiamento».
È di nuovo Peter a spiegare l’abissale distanza che comunque oggi ci separa da Darwin: «Noi siamo in grado di collegare il cambiamento alla genetica. Nell’Ottocento non era possibile. È questo lo sforzo che si sta compiendo ora. Capire e spiegare il processo. E anche in questo caso i fringuelli, che già studiò Darwin, hanno un altro grande vantaggio rispetto ad altre specie. Presentano differenze morfologiche molto accentuate e visibili».
Una volta stabilito, però, che quella delle Galapagos è una situazione particolarmente fortunata, viene spontaneo chiedere: quali sono, invece, i casi in cui la teoria darwiniana non riesce a dare risposte esaustive? In cui non sappiamo come funzionano le cose? È di nuovo Peter a rispondere assumendo un’aria seria: «Il lato oscuro a cui la teoria non arriva è l’origine della vita, i primi passaggi relativi agli esseri composti da poche cellule. Lì non abbiamo spiegazioni convincenti e resta il mistero».
Quanto al rapporto tra fede religiosa e teoria darwiniana dell’evoluzione, è Rosemary a rispondere: «Come in quasi tutti i casi, non c’è contrasto tra scienza e fede. Molti scienziati sono credenti. La teoria di Darwin dice cose sul come, non sul perché, o sulle verità ultime. Nessuno è obbligato a scegliere tra Dio e l’evoluzione. Quando qualcuno polarizza il contrasto in questo modo vuol dire che non ha capito la questione. A esempio le istituzioni scientifiche della Santa Sede partecipano alle iniziative dell’anno darwiniano».
Quando si tocca invece il tasto del creazionismo la palla passa di nuovo al marito: «Molti confondono creazione e teoria creazionista. Sulla creazione la biologia non ha nulla da dire, la vita è iniziata molto dopo. Il creazionismo è una dottrina che invece immagina l’intervento diretto divino a partire da un’aderenza letterale alla lettura della Bibbia. È una cosa nata nell’ambito delle chiese presbiteriane americane. Ha facile presa in quelle parti degli Stati Uniti ancora fortemente agricole e con poche università».
Eppure le teorie darwiniane spaventano ancora molte persone e i Grant se ne rendono conto. Raccontano quasi all’unisono: «C’è anche il fatto che la teoria è molto spesso fraintesa. Molti ne parlano senza conoscerne davvero le basi scientifiche, o la usano come strumento per propugnare altro. A esempio utilizzare la teoria parlando di sopravvivenza del più forte o utilizzando il concetto di fitness è sbagliato. Sotto la pressione ecologica le specie subiscono modifiche e adattamenti. Non sopravvive l’individuo più forte, ma quello più adeguato a una determinata situazione. Se la situazione cambia, la specie può persino “tornare” a prediligere il modello “precedente”. Altro errore è pensare che le specie evolvendo vogliano andare verso una determinata direzione. Le cose accadono attraverso un processo complesso. Non esiste nemmeno una sola evoluzione, per certi versi. In alcuni casi il cambiamento evolutivo avviene all’improvviso, sotto forti pressioni in un arco di tempo relativamente breve, in altri assistiamo a un processo lunghissimo caratterizzato soprattutto dalla continuità. Ci sono anche esseri che da milioni di anni non hanno necessità di cambiare radicalmente le loro caratteristiche...».
E nello spiegare i Grant, verso il non specialista, hanno molta pazienza. Del resto alle critiche sono abituati. Peter Grant ride e racconta: «L’attacco più feroce l’abbiamo ricevuto da un ecologista californiano... Ha letto dei nostri studi e quando ha capito che per non interferire con l’ambiente delle Galapagos non intervenivamo a salvare i piccoli di fringuello dalle malattie o dalle crisi alimentari, insomma che lasciavamo agire la selezione naturale, ci ha accusato di essere malvagi e inumani».
E qui chiosa Rosemary: «Sì, abbiamo sempre lasciato agire la natura, ma a me per i piccoli dispiaceva...».