Charlotte: cantando sogno l’Oscar per «Nuovomondo»

La Gainsbourg ha inciso un disco, ma dice: «Sono un’attrice la musica è il secondo lavoro»

Paolo Giordano

Buongiorno Charlotte Gainsbourg, a 35 anni è finalmente riuscita a fare i conti con il mito di suo padre Serge.
«Per tanto tempo pubblicare un disco mi è stato quasi impossibile. L’avevo già fatto nel 1984 con Lemon incest, un duetto con lui che è un pioniere della canzone francese. Ma da allora basta, non ce la facevo. Nel frattempo, recitando ho superato il fantasma di mia mamma, Jane Birkin».
Tutti diranno: è doppia figlia d’arte e si lamenta pure.
«Più che una lamentela, la mia è stata una lunghissima terapia per liberarmi dal passato. Se non l’avessi fatta, sarei ancora com’ero da bambina: indecisa a tutto».
Il rischio c’è anche adesso: cantante o attrice?
«La musica rimane solo il mio secondo lavoro».
Mica tanto. D’accordo, il suo film Nuovomondo, girato da Emanuele Crialese è piaciuto persino agli snobismi della Mostra di Venezia e sta correndo verso gli Oscar del miglior film straniero. Però il prossimo – uscirà nel 2007, dicono - sarà I’m not there sulla vita di Bob Dylan e, soprattutto, ora tutti parlano del suo ciddì, che è intitolato come una quotazione in Borsa, 5:55, e ora gioca al rialzo in classifica: in Francia è in testa, nel resto d’Europa, Italia compresa, promette di andarci perché è semplicemente bello. Certo, se lo chiedi a lei, che ha una vocina da musa di Modigliani, ti risponde sussurrando che sì, forse, vediamo. Ma se le ascolti, queste undici canzoni, hanno un suono così notturno, pensoso, disteso da far pensare che la musica sarà pure il suo secondo lavoro ma, se fosse il primo, non si scandalizzerebbe nessuno.
Però si è fatta aiutare da collaboratori maiuscoli: gli Air, Neil Hannon e Jarvis Cocker dei Pulp; gli arrangiamenti d’archi sono del padre di Beck, David Campbell, e persino il produttore è super: Nigel Godrich, che tra gli altri ha firmato i dischi di Radiohead e Paul McCartney.
«È stato un processo lungo e non sempre facile. Qualcuno, come Jarvis, è arrivato solo alla fine ma è stato comunque decisivo. Senza di lui non sarebbe mai nato un pezzo come Beauty mark, che è dedicato a un mio neo. Proprio così: un neo».
Ma il ciddì non è giocoso. Piuttosto sembra serale, nebbioso.
«Ci è venuto spontaneo così, senza troppi preconcetti. D’altronde già quando mi sono incontrata con gli Air, sapevo che questa sarebbe stata la direzione».
Quando è successo?
«A Parigi, a un concerto dei Radiohead. Lì è scattata la scintilla. Poi, quando ci siamo seduti a pensare alle nuove canzoni, io e tutti gli altri collaboratori abbiamo scoperto che ci piacevano gli stessi film: Il mago di Oz, La morte corre sul fiume, Shining. Sono tutte opere che parlano di paure buie, di illusioni tristi, di fiabe. Ecco, 5:55 è una fiaba malinconica raccontata a un bambino che non ne vuol sapere di andare a dormire alla sera».
Lei ne ha due, di figli: Alice e Ben.
«E non è facile trovarsi dall’altra parte del mondo per lavorare mentre loro sono a casa, lontanissimi».
È il prezzo che pagano gli artisti.
«Mi ricordo quando andavo a scuola e i miei compagni dicevano frasi bruttissime su papà e mamma. Una volta lui bruciò in tv 500 franchi per protestare contro le tasse troppo alte e il giorno dopo a scuola ne sentii di tutti i colori. D’altronde lui era fatto così, creava polemiche, sempre e comunque. E io ho sentito tante volte dire alle mie spalle che io ero figlia di un ubriacone e di una sgualdrina».
Recitando nel film su Bob Dylan ha vissuto atmosfere simili?
«Ho fatto di tutto per recitare con il regista Todd Haynes e insieme con Julianne Moore e Richard Gere. Poi in I’m not there ci sono pensieri e situazioni che immagino molto vicine a quelle vissute dai miei genitori negli anni ‘60 e ‘70”».
Però nei due brani che ha composto lei, Night time intermission e Morning song, non ha fatto riferimenti personali.
«Non pensavo sarei riuscita a finirli perché non ero convinta di avere le idee giuste. Poi mi hanno convinto. D’altronde io sono così: devo essere spronata, altrimenti mi ingolfo. Poi però divento inarrestabile».
Che cosa ha risposto quando Madonna anni fa le ha chiesto di prestarle la sua voce per l’intro di What it feels like for a girl dal cd Music?
«Mica me l’aspettavo. Quando ci siamo incontrati, mi ha chiesto il permesso di inserire una mia frase nella sua canzone e io ho detto di sì in appena due minuti. E ci ho pensato anche troppo».