Con Chatwin nella caverna del mostro

Sulle tracce dello scrittore inglese nella terra mitica e selvaggia che gli ispirò il suo libro più famoso

da Puerto Natales (Cile)
Per Bruce Chatwin la vetrinetta della nonna paterna Isobel era una specie di regno di Narnia. L’accesso a un mondo segreto di leoni, unicorni, regine dei ghiacci, dove lui si muoveva felice e fantasticava. Nicholas Shakespeare, biografo di Chatwin, sostiene che tutti i suoi libri futuri germoglino da quella fascinazione infantile. Gli oggetti in mostra oltre il vetro erano un tesoro di famiglia. Dal frammento di pelle dono di Charlie Milwart, cugino di Isobel, nasce In Patagonia; dalla collana di semi dello zio Humphrey nasce Il viceré di Ouidah; dalla tazza di battesimo di nonno Leslie, Utz; dalla bussola portatile vittoriana e dalla meridiana da tasca, Le vie dei canti.
In Patagonia, il mitico libro di viaggi che rese noto al mondo (forse tardivamente) il talento di Chatwin, inizia proprio con la descrizione della vetrina di nonna Isobel. «Nella stanza da pranzo c’era un armadio chiuso da uno sportello a vetri e dentro l’armadio un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci...». «Cosa è questo?» chiedeva il piccolo Bruce. «Un pezzo di Brontosauro che viene da Puerto Natales, in Patagonia» rispondeva la nonna. Ci vollero alcuni anni prima che scoprisse che la pelle non era di Brontosauro ma di Milodonte, un gigantesco mammifero vissuto nel Pliocene e oggi estinto. Nonostante la delusione, l’interesse per la Patagonia rimase intatto, era il punto più lontano del mondo, il più desolato. In tempi di guerra fredda, Chatwin fantasticava di rifugiarsi laggiù nel caso di una ecatombe nucleare. Nessuna potenza si sarebbe mai sognata di bombardare la Patagonia.
Circa trenta anni dopo, nel dicembre del 1974, arrivò a Buenos Aires, diretto verso il Sud. Si è molto scritto e molto inventato riguardo a questo storico viaggio. Si è detto degli spazi estesi che Chatwin cercava per sfuggire al timore (del tutto infondato) di una malattia agli occhi provocata dal lavoro minuzioso alla casa d’aste Sotheby’s. Si è parlato dell’irrequietezza. Una cosa è certa. Bruce in Argentina voleva cacciare Milodonti. Dopo pochi giorni nella capitale, Chatwin partì per La Plata dove, nel più importante museo di storia naturale dell’America Latina, avrebbe trovato il primo brandello di pelle di Milodonte. Il primo segno di una fuga verso il mondo infantile. Il treno che da Buenos Aires porta a La Plata passa attraverso baraccopoli e alberi verdissimi. Negli scompartimenti ci sono avvisi contro la violenza sui mezzi ferroviari e un numero da chiamare in caso di pericolo.
Il museo di La Plata è confinato al centro di un grande parco, ed è una costruzione europea, con colonne imponenti e una solenne scalinata all’ingresso. Nella sala dedicata ai grandi mammiferi ci sono scheletri maestosi del megaterio (alto più di sei metri), del milodonte e del gliptodonte, un enorme armadillo, spaventoso nella sua corazza. E poi quello che interessava a Chatwin, un grande resto della pelle di Milodonte. «Lo stesso pelame rossastro - scriverà nel 1975 - che ricordavo da bambino e uno spessore di mezzo pollice. Conteneva dei noduli di bianca cartilagine e aveva l’aspetto di un candito di arachidi peloso». Veniva da Puerto Natales, dalla cueva del Milodon.
Chatwin continua lentamente il suo viaggio verso Sud. Taglia la Patagonia a zig zag, entrando per la piccola città di Carmen de Patagones. Siamo nel Chubut, terra di colonizzatori gallesi. A Puerto Madryn mangia una bistecca carbonizzata che rimbalza sul tavolo e ancora oggi, chi ne avesse desiderio, può fare la medesima esperienza. Puerto Madryn all’epoca era un minuscolo abitato con case di lamiera e pochi ristoranti. Nel 2008 invece è una città di medie dimensioni, la principale porta d’accesso all’incantevole parco naturale della Peninsula Valdes. Ci sono tracce di speculazione edilizia e un traffico che si concentra sulle due vie principali, paradossalmente caotico. Moltissime agenzie turistiche e di noleggio auto.
Vicino a Puerto Madryn c’è Gaiman, altro villaggio di colonizzatori Gallesi. Chatwin si fermò qui diversi giorni. Conobbe un prodigioso pianista e un poeta, e bevve il tè gallese in una delle tante case da tè che danno sul fiume. Questa tradizione non è cambiata, anzi è diventata un affare redditizio: chi volesse, nel bel mezzo della Patagonia può entrare in una vera casa gallese e prendere un vero tè gallese su tovaglie di pizzo, dentro porcellane finemente decorate. Un’unica avvertenza: il tè «completo» con torte e pasticcini basta per un pranzo di tre giorni.
Chatwin credeva che la Patagonia fosse la prova decisiva che l’uomo è nomade. Perché solo se l’uomo è fondamentalmente nomade può spingersi in regioni così aride e inospitali. Il grande spazio del nulla e dell’irrequietezza. Scendendo ancora verso Sud e affrontando le prime pendici delle Ande si arriva a El Calafate. Città puramente turistica, dove l’uomo ha la funzione di stupirsi della natura e di pagare. Qui, a chiunque chiedi di Puerto Natales e della caverna del Milodonte, o non ne sa nulla oppure dice che è orribile. I tassisti soprattutto sono inesorabili, le commesse delle agenzie storcono la bocca. Puerto Natales è in Cile e per arrivarci si può prendere un costoso aereo dal minuscolo aeroporto oppure sobbarcarsi le otto ore di autobus e il meticoloso controllo alla frontiera. La cueva si addice solo ai fanatici chatwiniani. Chi non è fanatico non ci vada.
Laggiù Chatwin concluse il suo viaggio e il suo libro. Incontrò il mostro primordiale che albergava dentro di lui. Il mostro che possiede forza smisurata nella sua ricerca umana e nella sua opera. Gli dedica poche righe. «Cercai di immaginarmi la caverna con dentro i bradipi, ma non potevo levarmi dalla testa il mostro con le zanne che nella mia mente è associato a una stanza da letto oscurata, nell’Inghilterra del periodo bellico». La caverna ha lunghe pareti lisce. È asciutta. Le stalattiti luccicano per le incrostazioni saline. Non c’è nessuno. Dopo un’ora arriva qualche voce. Tre turisti francesi: hanno sbagliato strada.
Alla fine di quel viaggio storico, famigliare e antropologico Chatwin incontrò il profondo di se stesso. In una caverna semiabbandonata, in un posto dimenticato, a venti chilometri a Nord di Puerto Natales.