Chavez: Bush e la Colombia vogliono farmi ammazzare

Dopo l’attacco a Washington e Bogotà, vertice del presidente venezuelano con Fausto Bertinotti

Quei due mi vogliono morto. Peggio, vogliono provocare una guerra tra il Venezuela e la Colombia per farmi fuori. Parola di Hugo Chavez. L’aspirante caudillo “bolivariano” di Caracas ha lanciato al mondo l’allarme e dure accuse. “Quei due”, ovviamente, sono il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e quello colombiano Alvaro Uribe, rispettivamente nei ruoli di ispiratore e di esecutore.
Chavez, non nuovo a uscite aggressive nei confronti dei suoi nemici più detestati, ha scelto per farsi sentire Managua, capitale di quel Nicaragua che a lenti passi, dopo il ritorno alla presidenza del vecchio uomo-simbolo del sandinismo Daniel Ortega, sta recuperando il suo posto nell’universo anti-Washington latinoamericano che Chavez brama di ricomporre e guidare.
Tornato a Caracas Chavez ha poi avuto modo di consolarsi nelle due ore di un incontro, definito dai presenti calorosissimo, con il presidente del Senato italiano Fausto Bertinotti, in cui con tutta probabilità il leader venezuelano ha avuto modo di affrontare l’argomento delle minacce Usa. Chavez si è prima di tutto complimentato con Bertinotti per il suo discorso al Parlamento venezuelano in cui il politico italiano aveva parlato di «capitalismo totalizzante» e ha poi garantito l’appoggio alla candidatura di Milano all’Expo 2015.
«In Venezuela - aveva in precedenza tuonato Chavez a Managua, mentre Ortega annuiva - ci sono funzionari americani e militari colombiani che cospirano contro il Paese, che cospirano per uccidermi, che cospirano per provocare un conflitto armato tra Colombia e Venezuela». E giù accuse pesanti all’Amministrazione americana, indicata come mandante del complotto. «Uribe fa quello che gli dice Bush e Bush non vuole la pace, vuole la guerra». Poi, a uso di eventuali duri di comprendonio, Chavez ha aggiunto: «Il terrorista numero uno di questo pianeta si chiama George Bush». E chi non è contro di lui non può essere altro che il suo servo. «Il governo di Bogotà - ha infatti spiegato il presidente venezuelano nel suo inconfondibile gergo - è allineato con la politica dell’impero». Di più: «Io continuo a segnalarlo, e se questo governo mi accusa di violare la carta dell’Organizzazione degli Stati americani, io accuso quello colombiano di essere strumento degli Stati Uniti contro l’integrazione e la pace dell’America Latina». Accuse pesanti, cui si sono aggiunte quelle di ostacolare la liberazione di Ingrid Betancourt, l’esponente politica colombiana tenuta da sei anni prigioniera dalle Farc.
Inevitabile (mentre la Casa Bianca tace) la dura reazione di Bogotà, che ha chiesto «rispetto» a Chavez, accusandolo di «non perdere occasione per maltrattare la Colombia, il suo governo e i suoi dirigenti». E a proposito degli ostaggi delle Farc, per la quale il leader venezuelano si è insistentemente proposto come mediatore, il comunicato colombiano afferma che Chavez «confonde la cooperazione con l’ingerenza, così come ha confuso la mediazione con la faziosità». Non è tutto, perché la Colombia critica aspramente la pretesa chavista che le Farc non siano un gruppo terrorista, che attua sequestri di persona anche in Venezuela.
Parole inaccettabili per Caracas, secondo cui la Colombia «invece di mettere tutto il suo impegno nel costruire una soluzione politica praticabile e durevole, cerca qualsiasi pretesto per giustificare la sua logica militarista». Almeno a parole, il conflitto è già cominciato.