Chavez celebra se stesso con una festa nazionale

MadridIdea dell'ultimo minuto o un ingegnoso “colpo di teatro”? Difficile saperlo. Quello che è certo è che i venezuelani hanno saputo domenica 1 febbraio che il lunedì 2 sarebbe stato un giorno festivo, libero dal lavoro e tutto incentrato su una nuova ricorrenza: i dieci anni di potere di Hugo Chavez Frias. A stabilirlo, con neanche 24 ore di anticipo, è stato proprio il leader bolivariano, impegnato in una campagna per vincere il referendum del prossimo 15 febbraio, che gli consentirebbe di essere rieletto senza limiti.
Disposto a tutto pur di mobilitare le masse - che già lo scaricarono in un referendum analogo il 2 dicembre 2007 - Chavez non ha così disdegnato neppure un vero atto da caudillo, confermando le paure dell'opposizione che lo accusa di usare sempre più arbitrariamente tutto il potere di cui dispone.
A ben guardare le sue ultime mosse, forse ci si sarebbe potuti aspettare un gesto simile. Il leader, amante delle ricorrenze, aveva già istituito il 4 febbraio come "Giorno della Dignità", in ricordo nientemeno del fallito golpe di stato tentato nel 1992. Negli ultimi giorni aveva poi invitato i cittadini a non festeggiare San Valentino. «Quel giorno non ci sarà tempo per nulla, al massimo un bacino e via», aveva specificato il leader, preoccupato che gli amanti si distraessero dimenticandosi di votare il giorno seguente. Poi domenica è arrivato l'annuncio della festa a sorpresa, per un intero Paese.
Che per Chavez il prossimo referendum sia quasi un'ossessione è un segreto di pulcinella. Per un politico che mantiene indici di gradimento vicini al 65-70%, la sconfitta elettorale dello scorso referendum ancora brucia. Chavez perse con il 49% dei consensi contro il 51%. Da allora non ha pensato ad altro che a riproporre il testo ai venezuelani per poter ottenere la sospirata rielezione indefinita. Il presidente si è pure rimangiato le sue parole, pur di far sembrare più digeribile e votabile l'emendamento. Adesso il testo del referendum parla di rielezione indefinita per qualsiasi carica della Repubblica, e non solo per lui.
La mobilitazione popolare è l'altra grande sfida. «Se mi fossi coinvolto di più avremmo vinto il referendum», disse ai media lo scorso 30 novembre riferendosi al precedente test politico. Da allora Hugo non si è più fermato. Gioca a baseball con la nazionale, si fa appoggiare negli stadi da Maradona, scrive nuove colonne di opinione su otto giornali venezuelani e ha mobilitato tutti i suoi alleati. Interni ed esterni. Non è un caso che ieri, a celebrare i dieci anni di potere, ci fossero il presidente boliviano Evo Morales, quello ecuadoriano Correa, il nicaraguense Daniel Ortega tra i vari amici invitati.
Chavez non dimentica poi di usare la mano dura dello stato o dei movimenti chavisti, che negli ultimi giorni hanno ammesso di aver attaccato la sede della conferenza episcopale, quella di un’associazione studentesca e la casa di un giornalista oppositore. Ieri la confederazione delle camere di commercio ha denunciato che durante il giorno la polizia obbligava a chiudere qualsiasi azienda si rifiutasse di celebrare la giornata di festa.
Ma il leader ha fretta. Ha scelto di fissare il referendum prima possibile per evitare che i venezuelani - soprattutto i meno abbienti, che ha aiutato sensibilmente riducendo la povertà dal 29,3% al 23,3% con una pioggia di aiuti - si rendano conto che il periodo della pacchia è finito. Dopo aver cavalcato l'onda di un petrolio passato dagli 8 dollari a barile ai 150 tra il 1999 e il 2008, adesso Chavez deve fare i conti con il prezzo del greggio in picchiata e un'inflazione che ha chiuso il 2008 al 30.9%. Per questo ha bisogno di qualsiasi trovata per mantenere alto il morale. I sondaggi della scorsa settimana sembravano dargli ragione, indicando che il sì vincerebbe con il 51%. Ma è ancora poco. E il 15 febbraio così lontano.