"Chavez peggiora" E militari e narcos già pensano al dopo

Ieri le voci su un ricovero urgente. Il dittatore si affanna a smentire: sto bene Ma i pilastri del suo regime sono in allerta

Può essere che il caso sia stato montato ad arte da quei menagrami del Nuevo Herald, quotidiano in lingua spagnola che si stampa a Miami, terra di anticastristi e, per simmetria, di chi ha in odio gli amici di Castro. Uno per tutti: don Hugo Chavez, il caudillo venezuelano che sul finire di giugno avevamo visto convalescente in una stanzetta d'ospedale, a Cuba, confortato da Fidel e da suo fratello Raul. Parevano tre vecchi amici della bocciofila "El Condor Pasa", scrivemmo all'epoca, simpatizzando per il terzetto di pensionati in cattiva salute.

Ora il Nuevo Herald torna alla carica, sostenendo che le condizioni di Chavez, operato a Cuba di tumore, si sono aggravate e che "el Comandante" è stato ricoverato all'ospedale militare di Caracas. Vero niente, ha tuonato l'interessato in una vibrante dichiarazione al canale "Venezolana de Televisiòn". «Non date retta ai pettegolezzi. Sarei il primo a comunicare qualsiasi difficoltà nel processo di recupero» dalla chemioterapia, ha aggiunto Chavez, rivolto agli uccelli del malaugurio appollaiati a Miami. E già che c'era ha informato il gentile pubblico che di lì a qualche ora lui medesimo, il "malato", avrebbe conversato col presidente siriano Bashar el Assad, il massacratore di Damasco che secondo l'originalissimo ma certe volte anche comico presidente venezuelano è «un uomo di grande sensibilità umana».

Se sia stato davvero ricoverato, e come stia davvero, Chavez, per tornare al punto, non lo sa nessuno, a parte i suoi medici e la gente del suo clan. Per tutti gli altri, resta un segreto di Stato.
È lo stesso mistero che circonda il "dopo Chavez". Giacchè pare certo, nonostante la sicumera del presidente, che conta di governare il Paese almeno fino al 2021, che un «dopo Chavez», sorprendentemente, prima o poi ci sarà. Il fatto è che come tutti i caudillos, Chavez non ha mai pensato a un delfino, a un successore.

E ha accentrato nelle sue mani tutti i poteri, senza lasciar spazio ad altri possibili protagonisti. A tenere in mano il pallino, il giorno in cui don Hugo dovesse togliere il disturbo, sarà prevedibilmente un generale dell'Esercito, fazione che reclama una sorta di primogenitura. L'altro grande attore, capace di influenzare la successione, è il cartello della criminalità organizzata internazionale, che a Caracas ha allestito, con la connivenza del clan del caudillo, uno dei grandi centri del malaffare mondiale (armi e droga soprattutto). È la faccia nascosta del potere che in più di un'occasione ha dato una mano a don Hugo togliendo di mezzo quegli oppositori che rischiavano di trovare un seguito, ancorché modesto, nel Paese. Poi ci sono gli amici pubblici: i Paesi che hanno ricavato enormi vantaggi dalla generosità e dall'appoggio di Chavez. Cuba, naturalmente. Ma poi anche l'Iran di Ahmadinejad, la Bielorussia, la Russia, la Cina, il Brasile e l'Argentina, guarda caso tutti Paesi quantomeno "in freddo" con l'arcinemico di sempre, gli Stati Uniti d'America.

Naturalmente noi auguriamo a don Hugo una pronta guarigione. In un mondo senmpre più scialbo e prevedibile, ci mancherebbe il suo populismo socialistoide sbracato e caciarone, le tarantelle col presidente iraniano e il folklore del suo antiamericanismo in salsa merengue.