Chavez riconfermato presidente dedica la vittoria all’amico Fidel

Il capo di Stato uscente conquista il 61% dei voti. Le prime parole sono contro Bush: «Questa è una sconfitta per il Diavolo». E poi saluta Castro e Cuba

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Si è messo addosso una camicia rossa («bolivariana», pare). Ha salutato col pugno chiuso dal balcone una piazza colma di bandiere rosse. Ha dedicato la sua vittoria «al presidente Fidel e al valoroso popolo di Cuba, che non è più solo nella sua lotta contro l’imperialismo». Ha ricevuto il primo messaggio di congratulazioni dall’Iran e il secondo dai Fratelli Musulmani, organizzazione integralista semiclandestina in Egitto. Non c’è stato proprio niente di «moderato» nella retorica con cui Hugo Chavez ha festeggiato la propria vittoria elettorale, comprensibilmente esultante per le sue dimensioni (la terza elezione consecutiva, un consenso del 61 per cento, un record nella storia del Venezuela: «Indubitabile e contundente», l’ha definita lui). È al potere da otto anni, eletto una volta, rieletto la successiva in un referendum popolare voluto da una maldestra opposizione. Ne ha davanti altri sei di potere. Cinquantaduenne è uno degli statisti più giovani dell’America Latina e ha subito fatto sapere che proporrà, lui stavolta, un referendum per cambiare la Costituzione e permettergli una rieleggibilità perpetua.
All’insegna del Socialismo, «una nuova era, un’epoca nuova che avrà come linea strategica l’approfondimento della rivoluzione bolivariana e della democrazia popolare verso un socialismo bolivariano». «Nessuno - ha aggiunto Chavez rassicurante - deve avere paura del socialismo, perché il nostro sarà originale, indigeno, bolivariano e cristiano, all’insegna dell’amore». Poi Chavez ha spostato il tiro sul Nemico. Si è detto sì disposto a colloquiare con gli Stati Uniti (secondo una formula che sembra ripresa pari pari da quella lanciata il giorno prima dal vicepresidente cubano Raul Castro), ma ha rivendicato il risultato delle elezioni come «una sconfitta por el señor Peligro», «Mr. Pericolo». Uno degli epiteti con cui Chavez si riferisce a George Bush: un altro è «el Diablo». Comunque colui che «pretende di dominare il mondo, di fare di ogni Paese una colonia del suo impero. Ma il Venezuela non sarà mai una colonia nordamericana».
Parole grosse e dure nell’entusiasmo della vittoria, ma che corrispondono anche alla strategia di Chavez, che ha l’ambizione di fare per la prima volta del Venezuela un protagonista della scena internazionale e di se stesso il punto di riferimento del risentimento anti Usa che negli ultimi anni è tornato a salire nell’America Latina, come dimostrato dal fatto che quasi tutti i Paesi del Sud America hanno eletto di recente governi di sinistra, ultimo in ordine di tempo l’Ecuador, seguito a sua volta nell’America Centrale dal ritorno al potere in Nicaragua del «comandante» sandinista Daniel Ortega. Caracas ha contribuito in modo forse determinante ad alcuni di questi risultati, grazie alle elargizioni di petrolio a prezzi stracciati dati ai governi o promessi ai partiti amati da Chavez. Le cui ambizioni non si fermano però all’emisfero occidentale. Il messaggio assai caloroso e immediato del ministro degli Esteri di Teheran continua la stretta collaborazione fra il presidente venezuelano e quello iraniano Ahmadinejad, concretizzato in una visita di Chavez in Iran, prima tappa di un significativo pellegrinaggio quasi «elettorale» in Vietnam, in Russia, in Bielorussia e nella Corea del Nord, tutti i punti nevralgici della nuova guerra fredda senza frontiere constatata e forse auspicata da Bush. Tutto questo è possibile solo grazie al prezzo del petrolio, triplicato negli ultimi anni e i cui proventi (quasi 60 miliardi di dollari solo l’anno scorso) permettono a Chavez di finanziare costose riforme per i suoi concittadini più poveri e, contemporaneamente, forniture a prezzo artificialmente basso ai suoi amici politici.