Chavez spegne la tv libera Scontri di piazza a Caracas

In Venezuela si moltiplicano i colpi di mano del regime E la capitale adesso si ribella

da Washington

La sorpresa è mancata, l’indignazione no. Il regime di Hugo Chavez ha colpito il bersaglio che da tempo aveva nel mirino: la principale rete televisiva indipendente Rctv ha chiuso i battenti. Ma è stata zitta per venti minuti: subito dopo è rinata come una fenice dalle ceneri come televisione di Stato. Da voce critica del governo a megafono della «rivoluzione bolivariana» cara al presidente della Repubblica. A solennizzare la triste cerimonia, a sottolinearne il movente politico, l’antenna si è rifatta viva con le note dell’inno nazionale, orchestra e coro sotto la bacchetta di Gustavo Dudamel, un direttore di 26 anni. Son seguite melodie tradizionali intercalate da annunci del governo. Infine un film, non proprio a sorpresa: una celebrazione in più di Simon Bolivar, eroe nazionale di quella parte dell’America Latina, ma anche e soprattutto eroe personale di Chavez.
La gente, tuttavia, nelle strade di Caracas, non ha danzato né in alcun modo celebrato: ha protestato, ha lanciato slogan contro il regime, si è scontrata con la polizia. Dalle contestazioni verbali si è passati in poco tempo al lancio di gas lacrimogeni e di sassi e di qui ai colpi d’arma da fuoco. sparati non si sa da chi, ma che hanno causato numerosi feriti fra la folla e le forze di polizia. Le proteste, inizialmente concentrate attorno alla sede della Commissione nazionale delle telecomunicazioni, ben presto si sono estese all’intera capitale. I sostenitori di Chavez hanno espresso il proprio giubilo per il fatto compiuto, aggiungendovi richieste «spontanee» di tono più sinistro: vogliono adesso che siano espulsi dall’etere anche tutte le altre reti considerate vicine all’opposizione, o comunque fuori dal controllo del governo.
La prima che dovrebbe essere nazionalizzata è la Globovision, la più seguita fra le superstiti. Ma per una seconda fase del «golpe» televisivo mancano finora i pretesti che il regime ha potuto invocare come scuse per la manomissione della Rctv: il cosiddetto «appoggio ai golpisti» del 2002. Un tentativo di sollevazione politico-militare contro Chavez, condotto con rara inesperienza e faciloneria e durato poche ore quando l’esercito si è schierato con il governo. La rete oggi soppressa era accusata di «non aver condannato» il colpo di Stato: in realtà la Rctv aveva omesso (altri dicono si era rifiutata) di mandare in onda in diretta la manifestazione dei sostenitori di Chavez subito dopo l’annuncio della sua destituzione. Per questo il regime l’aveva più volte bollata con un termine molto pittoresco: «I cavalieri dell’Apocalisse».
Il Venezuela ha una tradizione abbastanza antica (comune con quasi tutti gli altri Paesi dell’America Latina) di colpi di Stato militari, ma di recente ne ha aggiunta una tutta sua: quella del loro fallimento. È finito in una bolla di sapone quello del 2002 contro Chavez, che era stato eletto democraticamente, ed era ugualmente finito in niente negli anni Novanta il golpe tentato invece da Chavez, allora ufficiale dell’esercito, contro un presidente democraticamente eletto. In situazioni del genere l’atteggiamento dei mass media è importante e può essere decisivo, anche per questo il regime attuale da tempo si dedica allo sforzo di mettere sotto controllo anche questo potenziale centro di contropotere. I sostenitori di Chavez hanno prima «rimesso ordine» nell’esercito, poi, attraverso una riforma costituzionale, nelle strutture giuridiche, infine hanno essiccato, mediante espropri e nazionalizzazioni, l’industria petrolifera, di gran lunga il principale cespite finanziario del Venezuela che era in gran parte in mani private e adesso è sottoposto al controllo dello Stato. Oggi tocca alle televisioni, in futuro, probabilmente, alla stampa quotidiana.