Chavez verso la rielezione con una vittoria di misura

Il suo avversario Manuel Rosales ha fatto una campagna «fotocopia» promettendo di far arrivare ai poveri i copiosi profitti del petrolio

da Washington

Hugo Chavez ha incassato quest’anno una «sconfitta con onore», quasi lusinghiera: è riuscito a impattare, dopo 45 votazioni, la partita per il seggio dell’America Latina alle Nazioni Unite. Non è stato eletto lui ma neanche il rappresentante del Paese candidato dagli Stati Uniti, il Guatemala: hanno finito per concordare su un candidato di compromesso, il Panama.
La votazione più importante per il Presidente venezuelano, però, arriva oggi in patria: l’elezione presidenziale. Che per Chavez dovrebbe poi essere la rielezione, altri sei anni al timone di Caracas e, presumibilmente, sul podio della polemica antiamericana. Voteranno in 16 milioni, e lui è il favorito, ma i sondaggi non gli danno cifre per nulla paragonabili a un plebiscito: qualcosa di più del 50 per cento, quanto basta.
La lotta è stata più serrata di ogni previsione contro un candidato dell’opposizione tutto sommato incolore. Manuel Rosales ha condotto una campagna molto attiva ma curiosa, come se avesse scelto di affrontare Chavez non su una contrapposizione di ideologie e di programmi ma in una gara a chi è più populista, sia pure con accenti diversi.
Rosales definisce, non a torto, «populismo militarista» quello di Chavez (che viene dall’esercito e ha addirittura un passato golpista), e cerca invece di proiettare di se stesso un’immagine di civile efficienza manageriale; ma poi rincorre il presidente demagogo nel promettere redistribuzione dei redditi e in particolare di «far arrivare ai poveri i profitti del petrolio». Che negli ultimi anni sono molto copiosi e che hanno permesso a un presidente «giustizialista» come l’attuale di adottare effettivamente alcune misure sociali efficaci, anche se molto costose, sul modello classico peronista. Nelle casse statali del Venezuela, che pure nel suo complesso rimane un Paese povero, sono affluite negli ultimi sei mesi riserve per quasi 30 miliardi di dollari. Rosales non intende cancellare queste riforme, ma aumentare ancora gli stanziamenti, spendendoli però in modo «più efficiente».
Anche se fra i due programmi non ci sono grosse diversità apparenti, l’elettorato venezuelano è polarizzato. Ci sono pochi «neutrali» quando si tratta di Hugo Chavez: l’uomo è adorato o odiato. E la linea divisoria è nettamente di «classe», o almeno di reddito. Chavez si presenta come «l’uomo dei poveri», che ha cominciato a mobilitare alle urne, cosa che i partiti tradizionali del Venezuela (democristiani e socialdemocratici) non si erano mai preoccupati di fare. E in sei anni ha effettivamente «trasferito» una fetta di reddito. Ma - ed è questo il punto - non nel modo in cui la sua propaganda afferma: portare via ai ricchi per dare ai poveracci.
Quello che i meno abbienti hanno ottenuto è stato strappato invece alla classe media, e i ricchi (il 5 per cento della popolazione) sono rimasti ricchi, o lo sono diventati anche di più. Molti fra loro si sono limitati a cambiare colore: sono diventati «ricchi rossi» e ci hanno guadagnato sopra. In Venezuela li chiamano «boli-borghesi», dal nome di Simon Bolivar, eroe dell’indipendenza dell’America Latina dalla Spagna due secoli fa, diventato l’icona della «rivoluzione bolivariana», che è lo slogan centrale di Chavez. Non è dai loro ranghi che viene l’opposizione (è del resto una costante di molti governi di sinistra, le cui redistribuzioni avvengono unicamente ai danni del ceto medio). Quest’ultimo costituisce l’opposizione e il terreno di caccia di Rosales e si presenta alle urne altrettanto compatto.
Di qui le incertezze residue del voto, anche se Chavez sembra avere una «marcia in più». Un’arma tutt’altro che segreta, che è la polemica antiamericana.
Mai popolarissimi da quelle parti, gli Stati Uniti toccano durante l’amministrazione Bush il più basso livello di simpatie. Al punto che Chavez si è potuto permettere, ritenendolo elettoralmente utile, di sostenere in piena assemblea dell’Onu che dove passa Bush rimane una traccia di zolfo, «odore del diavolo».