Chavez vuol chiudere anche l’ultima Tv libera del Venezuela

Tre giorni dopo l’oscuramento di Rctv, il presidente amico di Castro minaccia anche Globovision

A tre giorni dalla chiusura forzata di Rctv, la principale televisione privata del Venezuela “colpevole” di non sostenere il suo governo, il presidente Hugo Chavez già minaccia di tappare la bocca all’ultimo bastione della libertà di espressione nell’etere del suo Paese: l’altra importante emittente privata Globovision.
Ormai apertamente sulla strada della dittatura di stampo castrista, il caudillo rosso di Caracas lancia accuse molto pesanti a chi gli resiste nel mondo della comunicazione e incita i suoi sostenitori a scendere nelle strade usando quando «necessario» la violenza contro «i nemici della patria», ovvero i manifestanti che a decine di migliaia ormai da quattro giorni protestano contro l’imbavagliamento dell’opposizione.
«Voglio avvertire il popolo venezuelano - ha detto ieri con tono minaccioso Chavez in un discorso trasmesso da radio e televisioni - i nemici della patria, specie quelli dietro le quinte: vi chiamo per nome, signori di Globovision, e vi consiglio di prendere un tranquillante e darvi una calmata, perché in caso contrario farò ciò che è necessario. Decidete fino a che punto spingervi, se volete, esortando alla disobbedienza, incitando all’omicidio». Un’accusa che ricalca il pretesto già usato per soffocare Rctv, che secondo Chavez avrebbe a suo tempo offerto sostegno al fallito golpe del 2002 contro di lui: Globovision, a suo dire, suggerirebbe di liquidare il regime “bolivariano” attraverso l’assassinio del suo capo. Il direttore di Globovision Alberto Ravell ha definito le accuse «ridicole», ma si è detto preoccupato: «Questo è un Paese con un solo partito e un solo sindacato, ora sembra che avremo anche un solo canale Tv».
Poche ore prima Chavez aveva usato toni altrettanto incendiari, oltre che sprezzanti, nei confronti di quanti in quel momento stavano manifestando contro le sue scelte liberticide. «Suonate gli allarmi sulle colline, nei paesi e nelle città per difendere la nostra rivoluzione da questo nuovo attacco fascista»: un esplicito appello agli abitanti dei quartieri più poveri della periferia di Caracas, i suoi più decisi - e all’occorrenza violenti - sostenitori. E ancora, riferendosi alle migliaia di studenti scesi in strada per difendere la libertà d’informazione: «Sono giovani, ma sembrano vecchi che difendono il marcio, l’oligarchia senza Stato».
Il presidente-caudillo ha definito la chiusura di Rctv un servizio reso all’opinione pubblica, usando il tipico frasario del populismo di sinistra: a suo avviso l’intera programmazione era «un costante attacco alla pubblica morale», e ha citato «il veleno dei serpenti a sonagli» contenuto nelle soap opera, e i programmi per bambini «avvelenati di odio, violenza e perfino sesso». Quale che sia la ragione, nella sua ultima giornata di trasmissioni Rctv è stata seguita dal 50 per cento dei telespettatori venezuelani, contro l’8 per cento che ha scelto il nuovo canale di Stato Tves che l’ha sostituita d’autorità e che ha già ereditato le sue frequenze.
Ormai in Venezuela tutti hanno compreso qual è la posta in gioco e il clima sta diventando pericolosamente teso. Il Paese è spaccato e Chavez soffia sul fuoco esortando i suoi seguaci alla «vigilanza» davanti a un possibile «piano di destabilizzazione operato dall’opposizione». Contro le decine di migliaia di manifestanti in strada nella capitale e in altre città vengono usati gas lacrimogeni e proiettili di gomma e la polizia ha chiaramente ordine di usare la mano pesante: secondo dati del governo sono state arrestate 182 persone, tra cui 107 minorenni.