Che abbondanza: con Müller sessanta prime mondiali

Cambiare tutto per non cambiare niente? Gattopardi all’opera, nella canicola romana, per pompare il Festival Internazionale del Film di Roma, che alla sua settima edizione si svolgerà dal 9 al 17 novembre al solito Auditorium. Sparita la dicitura porchetto-burina di «Festa», voluta dal duplex Bettini/Veltroni sul calco dei festival dell'Unità ecco qualcosa di internazionale, speriamo. Sessanta i film in prima mondiale, ampio spazio alle nuove correnti del cinema contemporaneo e incontri, dibattiti e proiezioni dedicati alla nostra produzione nazionale. «Cinema XXI», ossia Cinema del XXI Secolo e «Prospettive Italia» sono le nuove aree tematiche, nelle quali si potranno vedere opere «che esprimano la ridefinizione continua del cinema all’interno del continente visivo contemporaneo». Tradotto: largo a quanto c’è di vivo, soprattutto tra i giovani creativi italiani. Qua, infatti, nell’era Müller, si parla di «trascrivere lo stato del cinema italiano e i suoi futuri possibili». Vale a dire che il festival capitolino intende proporsi come laboratorio effervescente, capace di far incontrare tutti i componenti d’una filiera in articulo mortis, ma non morta. Quale rivoluzione, allora? «Alice nella città», la rassegna dedicata ai più piccoli, resta invariata, così come il Mercato, detto «Business Street». Insomma, un po’ di nuovo e molto di consolidato si mescola nell'attuale architettura voluta da Marco Müller, che sul filo di lana va aggiudicandosi titoli ghiotti, da svelare più in là. Ai soci fondatori del Festival, sponsor in solido di tutto l’ambaradam, che invano chiedevano di conoscere almeno un titolo di film, è stato opposto un «no». Da bravo pokerista, Müueller non svela lo schema-festival. Per ora, si sa che i selezionatori vengono dalla Cina, dall’India, dagli Usa, dall’Iran e via globalizzando. In tempi di crisi, comunque conta che un personaggio di spessore si adoperi per trarre il Festival di Roma via delle secche d’un provincialismo dannoso, fin qui utile soltanto a relegare la kermesse in un ambito angusto.