CHE ARIA TIRA

In questi giorni, più che un giornalista, mi sento una trottola. Viaggio da un lato all’altro della regione, da Ventimiglia a Ortonovo, per interviste pubbliche, dibattiti e conferenze di candidati alle elezioni. Un movimento da ligur-trotter della politica che, se da un lato è massacrante, dall’altro mi sta regalando uno straordinario angolo di visuale sulla nostra regione e sulla campagna elettorale.
Da un lato, ovviamente, perchè interrogare i candidati sui vari temi dello scibile umano, aiuta a capire direttamente e senza mediazioni i programmi, i piani per realizzarli e le differenze fra i due schieramenti. Dall’altro, perchè girare la regione, così come confrontarsi continuamente con i lettori per me e con gli elettori per i politici, è il miglior modo di cercare di comprendere le peculiarità e le mentalità delle varie zone della Liguria, diversissime tra loro, e i problemi. Cosa che spesso noi giornalisti - trasformati in veri e propri «topi di redazione» abituati a stare ore ed ore seduti alla scrivania e al computer, tanto da diventare un tutt’uno con la tappezzeria dell’ufficio, una sorta di figura mitologica metà uomo e metà redazione, troppo lontani dal mondo reale per essere veri - non riusciamo a fare fino in fondo.
Infine, il contatto con i partecipanti agli incontri è una cartina di tornasole per cercare di analizzare i flussi elettorali. Intendiamoci, non è che avere tante persone ai comizi o alle interviste pubbliche è di per sè un indizio dei tanti voti che si prenderanno il 9 e il 10 aprile. Un vecchio adagio politico, anzi recita «Piazze piene, urne vuote». Però.
Però, c’è un però. Oltre allo straordinario entusiasmo che ho respirato al Carlo Felice - dentro e fuori, con l’unica eccezione dei contestatori in servizio permanente efffettivo - per la venuta a Genova di Berlusconi, in queste settimane, in compagnia di Claudio Scajola (anche domani pomeriggio saremo insieme in un’intervista pubblica a Imperia), di Alfredo Biondi, di Gigi Grillo e di Giorgio Bornacin e Gianni Plinio, quando abbiamo presentato il libro di Luca Telese Cuori neri, ho riscontrato sempre una grande partecipazione alle iniziative. Grande in termini assoluti, o quando - come in Valpolcevera o fra i giovani - la partecipazione era minore, grande in termini di entusiasmo.
Insomma, vista dal palco e dal microfono dell’intervistatore, a volte anche un po’ cattivello, nei dintorni della Casa si respira un’aria buona, un’aria che fa ben sperare, impensabile anche solo poche settimane fa. Soprattutto, si ha la percezione che vengano capite le differenze: solo due giorni fa, Berlusconi e Scajola hanno portato al Cipe una raffica di provvedimenti, primo fra tutti il Terzo Valico, che regalano alla Liguria se non il futuro, almeno un pezzo di futuro. Dall’Unione - nei confronti del futuro, prima ancora che del centrodestra - si sono sentite solo battutine stizzite o, peggio, contestazioni al Terzo Valico, espresse ancora oggi da Verdi e Rifondazione. Insomma, da un lato un Ulivo che guarda al passato e dall’altro una Casa con le finestre aperte su un’aria di futuro.
Ora, è il momento di respirare quell’aria. Sapendo che la partita non si gioca tanto sui cambiamenti di schieramento, visto che chi ha deciso di votare Prodi e quello che Prodi rappresenta difficilmente cambierà idea in questi ultimi quindici giorni, ma sull’affluenza al voto. E a votare quelli di sinistra ci vanno tutti. Quindi, non è il caso di arricciare il naso o di fare gli schizzinosi. Anzi, è proprio su chi non ha deciso se andare a votare che si gioca l’ultima partita.
Partita che va giocata insistendo su un punto. Stavolta - con questo proporzionale che ha mille difetti, primo fra tutti quello di non permettere l’espressione delle preferenze - ogni voto conta e pesa allo stesso modo. Anche quelli del Ponente cittadino, anche quelli della Valpolcevera, anche quelli della Spezia o di Sarzana, delle periferie più lontane e delle valli dell’entroterra, anche quelli di tutti i feudi rossi della nostra regione. Per la prima volta dopo dodici anni, anche in Liguria, anche in quella più ideologizzata, non ci sono più figli di un dio delle elezioni minore.