Che barba questa retorica sui giovani

«La rivoluzione giovane», «I giovani autoconvocati», «Una nuova generazione di giovani», «Le nuove energie», «Il corteo dei ventenni». Insomma il «No-B day», andato in scena sabato scorso a Roma, è stato il trionfo del giovanilismo. Per quasi universale acclamazione della stampa nazionale, è stato un evento buono e giusto perché i «protagonisti sono stati loro, i giovani». Non c’è bisogno di dire altro, basta la data di nascita dei partecipanti. Il quotidiano La Stampa, che ha un giovane direttore, Mario Calabresi, tira le somme in un pezzo di Riccardo Barenghi: «Ce n’erano tantissimi e tutti liberi da qualsiasi condizionamento del passato». Giovani, liberi e rivoluzionari. Anche i politici applaudono la «manifestazione generazionale», sottolineano che «i giovani hanno rotto col governo», fanno un passo indietro perché «devono parlare le ragazze e i ragazzi che sono qua». Perfino Mario Monicelli, classe 1915, regista di solito dalle idee poco allineate, ha ceduto al fascino della manifestazione «bella e giovane». In quest’orgia di giovani belli e ribelli, per associazione di idee, viene in mente un’altra epoca, in cui si insisteva sui pregi dei ragazzi e si cantava: «Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza».
La manifestazione quindi è stata l’occasione per dare una bella spolverata alla solita retorica sui giovani i quali, chissà poi perché, dovrebbero essere meglio dei vecchi. Eppure, lo scriveva già Massimo Fini in un articolo di quasi trent’anni fa apparso su Linus, nessuno è più pecorone e irreggimentato dei giovani: basta vedere come si vestono (tutti uguali), quali aspirazioni nutrono (le stesse), che libri leggono (i soliti), che «social network» frequentano (li abbiamo già citati). Moralisti per natura, appena si scontrano con la realtà, che è un po’ più complicata del sogno, di solito innestano la retromarcia a tutta birra e cambiano idea: ogni posto di lavoro è pieno di esemplari simili e non c’è neppure bisogno di fare riferimento a casi limite come Luca Casarini, dalle tute bianche no global alle lotte per la partita Iva in un batter d’occhio.
La prova regina della gioventù dei manifestanti, pare di capire, sta nel fatto che non si sono riuniti in assemblea per decidere slogan e striscioni. Essendo «giovani», essi si sono dati appuntamento nei «social network» come Facebook, Twitter oppure con gli sms. Addio vecchia sinistra, i cortei non nascono più «dal basso», i giovani hanno fondato «il partito dei blogger, degli internauti». È la magnificazione del web, «che ha fatto eleggere Obama» e perfino il sindaco di Firenze Matteo Renzi, anch’egli «giovane» e in quanto tale presente, mosca bianca del Partito democratico, al «No-B day». E non fa niente se la rete è uno strumento di comunicazione come gli altri, anzi: con le dovute eccezioni, un po’ peggio degli altri, in quanto regno dell’improvvisazione, dell’opinione protetta dall’anonimato e della bufala senza certificazione d’origine.
Chiaro: non ce l’abbiamo con i giovani ma solo con la retorica che li circonda. Perché in fondo questo amore appassionato per i giovani è solo l’eterna riproposizione del Sessantotto da parte di chi era giovane quarant’anni fa, l’epoca in cui i giovani che volevano portare la fantasia al potere a un certo punto presero in mano le spranghe e iniziarono a menare fendenti (democratici?). Sarà un caso, ma dopo i fasti del «No-B day», cantati da un ispiratissimo Curzio Maltese (Titolo: «La rivoluzione giovane e gli errori del Pd». Incipit: «Quando sarà finita l’era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia», tanto per non esagerare), Repubblica ieri abbia cantato le lodi del rinato movimento studentesco di Berkeley, l’università che tenne a battesimo il ’68.
Mentre i giovani srotolavano gli striscioni, nel corteo si vedevano però vecchie conoscenze, politici ansiosi di vampirizzare tanto sangue fresco: da Antonio Di Pietro a qualche comunista non pentito fino a qualche sparuto rappresentante del Partito democratico. Tra gli organizzatori più attivi c’era Paolo Flores d’Arcais, ormai veterano delle piazzate girotondine anti Silvio. E sul palco c’erano Dario Fo e Franco Rame. Una bella ventata di gioventù, non c’è che dire.