«Che bella la città che sale, di City Life, della Bicocca e della folla in movimento»

«Io qui vivo benissimo. Perché tutti quelli che dicono di voler scappare non lo fanno davvero?»

Tommaso Labranca, tre aggettivi per descrivere la Milano di oggi e quella di trent'anni fa.
«Trent'anni fa: confusa, ingenua, opprimente. Oggi: diffidente, squilibrata, resistente».
Dove porta gli amici di passaggio in città?
«Al Cimitero Monumentale. In particolare al Tempio Crematorio».
La sua «giornata milanese tipo».
«Lascio l'auto in periferia, prendo la Linea Tre all'ora di punta, scendo a Missori, vado al lavoro, resto in giro fino a tardi, vado a scrivere al bar della Triennale o in qualche lavanderia a gettone, evito qualsiasi locale, torno all'auto a piedi quando c'è poca gente in giro perché si godono meglio le architetture».
Quale quartiere rappresenta meglio l'anima di Milano?
«La nuova Bicocca. Squadrata, elegante senza appariscenza, operativa, solida».
Se potesse abbattere un monumento, quale sceglierebbe?
«Il monumento a Pertini in via Manzoni».
Se potesse vivere in un'altra città, dove andrebbe?
«Torino».
Vivere a Milano ha ancora un senso o è meglio scappare?
«Io resto. Mi domando perché quelli che dicono sempre di voler scappare non lo facciano davvero. La città ne guadagnerebbe».
Riferendosi ai tanti cantieri aperti si parla di «Rinascimento di Milano». Che cosa ne pensa dei progetti di Santa Giulia, di City Life, di Porta Nuova, della Bicocca?
«A me piacciono tutti i nuovi progetti. Nel mio libro c'è uno strale contro gli ottusi viaggiatori che contestano i cantieri milanesi e si entusiasmano per quelli di Berlino».
La città che sale ha un suo valore estetico o è solo un insieme di brutti grattacieli?
«La città che sale è una necessità. I pareri estetici sui nuovi edifici espressi da brianzoli che a casa hanno i quadri con i pagliacci tristi non li ascolto nemmeno».
Che cosa rappresenta il vero degrado di Milano?
«Non c'è città senza degrado. Nel caso di Milano è rappresentato da chi usa male la città, la sporca, la sfrutta e poi la insulta».
Milano è ancora una città aperta o si sta chiudendo in se stessa?
«Resta una città aperta. Oggi molto più di trent'anni fa».
Chi è oggi il milanese? Esiste ancora?
«Un Tino Scotti meno frenetico, che ha fatto uno stage in una azienda del terziario. Una Signorina Snob meno simpatica che non frequenta La Scala ma La Milanesiana. Nessuno dei due si incontra agli happy hour».
Il detto che calza a pennello alla nostra città.
«Ora et labora».
Se potesse scegliere il nuovo assessore alla Cultura, chi proporrebbe?
«Posso autocandidarmi?».
Ha mai pensato a un suo progetto culturale per la città?
«Un progetto che ho in mente da tempo sono percorsi letterari legati alla narrativa d'ambientazione milanese, come Arabella o un po' tutto De Marchi. O anche percorsi cinematografici: Rocco e i suoi fratelli verso Via Montenapoleone. Il realismo viscontiano e le imprecisioni “romane” dei fratelli Vanzina. Per creare una prospettiva storica sulla città nelle nuove generazioni, che pensano sempre sia nato tutto negli ultimi cinque mesi. La folla, il movimento, il tram che va verso Legnano c'erano già a fine Ottocento».
Qual è l'evento culturale milanese che segue sempre?
«Il Salone del Mobile».
Di che cosa ha davvero bisogno la nostra città?
«Di buttare negli scavi della Linea Cinque del metrò i detrattori, i disfattisti, i contrari a tutto per partito preso. Una bella gettata di cemento e la città tornerebbe a crescere».
Come cambierà Milano nei prossimi sette anni, in vista dell'Expo 2015?
«Necessariamente in meglio».