Che bella la festa di una volta compravi solo paste e figurine

Ci sarà stato pure un motivo perché al settimo giorno il Signore decise di riposarsi. Era domenica, bei tempi. Vivendo di nostalgia è facile riavvolgere la pellicola e rivedere il film in bianco e nero. Memoria di una giornata diversa da tutte le altre, più fresca e dolce anche in caso di pioggia e vento. Sveglia libera, rumori inesistenti in esterno, eventuale radio accesa in interno, tipo tinello o cucina, Gran varietà con il Dorelli, Stoppa e la Morelli, ultime notizie dai campi di pallone e via andare verso l’uscita, con l’abito della festa.
Tre tappe obbligatorie: traguardo numero uno, l’edicola, c’è tempo per leggere, eventuale acquisto di figurine per figli e nipoti ma anche per se stessi; traguardo numero due: la chiesa, nel senso di parrocchia, per lavarsi la coscienza settimanale, dopo sei giorni di peccato un atto di dolore, un po’ come la saccarina nel caffè dopo l’abbuffata; traguardo numero tre, pasticceria bar, aperitivo con la brigata di amici dotati però di consorte al seguito e figliolanza varia, puntatina al banco dei funghetti al cioccolato, bignè alla crema o caffè, chantilly gonfi di panna, chiusura del pacchetto con nastro, fiocco e via, in equilibrio precario, verso la vettura, probabilmente fresca di autolavaggio e lucidatura per l’occasione; in caso contrario, spugna e secchio nel cortile del condominio.
Pranzo, risotto, pasta al forno, dipende dalla latitudine e abitudine del Paese, carne arrosto o pollo, vino e liquorino, slaccio del fiocco sul pacchetto di dolci, ammazzacaffè, fine. Leggero abbiocco, le donne sparecchiano, i figli baloccano e c’è Tutto il calcio minuto per minuto, collegato soltanto il secondo tempo, il resto andrà controllato al bar di cui sopra, sul tabellone gialloverde del Totocalcio, con i risultati che cambiano a secondo dell’informazione che il titolare del locale riceve via telefono, l’Entella ha pareggiato.
La luce bella della domenica incomincia a spegnersi, qualcuno si consola con lo Stock di Trieste, qualcun altro, meno prigioniero del football, rientra gonfio dal pic nic con i resti di roba improbabile, oppure sfiancato dalla passeggiata fuori porta, oppure sazio del pranzo in trattoria in riva al fiume, magari con diversivo nella pesca alla trota in vivaio. Si poteva giocare al luna park, così i bambini si divertono, vogliono il palloncino gonfiato e girano in giostra acciuffando la coda dell’orsacchiotto; balle, si diverte il padre mentre la madre, di fianco, ghigna vedendo il marito alle prese con il flobert o la pallina di ping pong con traiettoria verso la boccia con pesciolino rosso. Quest’ultimo è il nuovo famigliare aggiunto che trova collocazione, in apposito vaso rotondo, sul frigorifero in cucina. Non sa, il povero vertebrato muto, che fine lo attenda, perderà colore della pelle, lentamente, e calore degli astanti, quotidianamente.
La domenica ormai è finita, quasi, purtroppo; poca voglia di guardare la tv, monta il fastidio di pensare al giorno dopo, il lunedì, beati i barbieri che riposano. Ecco, avevo dimenticato una tappa dei maschi: il salone, la barberia, la saponata e il calendarietto con le donnine mezze ignude, profumo di borotalco, schedine del totocalcio e totip utilizzate per passare il rasoio e lasciare i peli della barba. Riti antichi, roba vecchia, eppure era la vita nostra e di molti altri, ordinaria, consueta, puntuale. Per questo non esiste più.