Che bello l’amore targato Francia

Nos jours heureux - in concorso ieri alla Festa di Roma - suona in italiano «Giorni felici». Ma questo bel film francese, scritto e diretto da Eric Toledano e Olivier Nakache, uscirà da noi, distribuito dalla Filmauro, come Primi amori, primi vizi, primi baci. Ora, l'unico vizio del film - ambientato nell’estate 1991 - è il fumo; c’è poi un unico primo amore riuscito (accanto c’è il piccolo deluso); quanto ai baci, i personaggi se ne danno diversi: sia i ragazzini fra i dodici e i quindici anni in vacanza in un residenza estiva del Périgord; sia i loro trentenni e concitati accompagnatori.
Per i francesi, la campagna è come il mare per gli italiani: la vacanza per antonomasia. Ma lo spirito di gruppo è più comune che da noi. Perciò il film di Toledano e Nakache (un cognome sefardita e un cognome libanese) in Italia parrà più insolito, ma anche più affascinante. Nella carenza di opere per chi ha passato l’età dei cartoni animati e non ha ancora raggiunto l’età per Departed di Martin Scorsese, la Festa di Roma ha pescato una storiella semplice e verosimile: infatti è autobiografica per gli autori, che hanno un passato di accompagnatori turistici.
La prima vacanza senza i genitori di solito comincia come un incubo. Prosegue con le prime difficoltà e con le prime opportunità. Si conclude, salvo incidenti, col dolore che sia finita e con la certezza di non essere più bambini. Primi amori... riflette bene questo momento magico che gli psicologi chiamano sviluppo. Sarebbe bello, dunque, se questo film incassasse tanto da lanciare un filone analogo in Italia, dove i film di vacanza non mancano e non sono mai mancati, come ben sa la Filmauro, che ne ha praticamente il monopolio. Ma le vacanze - quando sono appunto le vacanze estive o invernali di Boldi, De Sica & C. - sono regolarmente occasione di adulteri & C.: quasi mai di amori normali, e tanto meno di primi amori. Per citarne uno che abbia lasciato un ricordo, occorre risalire a Guendalina e a Estate violenta o a Sapore di mare. Ma erano sempre storie di almeno diciottenni: i dodici/quindicenni - per il nostro cinema - sono terra incognita, con rare eccezioni, da Voltati Eugenio di Comencini a Piccoli fuochi di Del Monte, da Le chiavi di casa di Amelio a Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart. Ma sono sempre ragazzini fra adulti, mai ragazzini fra ragazzini a occupare lo schermo: sono cioè più «elementi di contrasto» in senso radiologico che protagonisti della loro vicenda.
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Nella giornata dei figlioletti, la Festa ha proposto ieri anche un film danese, Dopo il matrimonio di Susanne Bier, scritto da lei con il ben più interessante Anders Thomas Jenes, regista del formidabile Le mele d’Adamo. In Dopo il matrimonio ci sono altri due casi di figlioletti: nel presente, quello del bambino indiano che si è aggrappato all’insegnante danese (Mads Mikkelsen) del suo orfanotrofio; nel passato, quello della bambina che l’insegnante, ignaro, aveva avuto in patria prima di lasciarla per l’India e della quale apprende l’esistenza solo il giorno delle nozze della medesima, ormai ventenne, a Copenhagen. In questo film, che dura mezz’ora di troppo, l’attenzione non è sui più giovani, ma sui danni fatti loro da genitori immaturi. Critico verso la generazione che ha creduto di cambiare il mondo e al massimo il mondo l’ha girato (in aereo), il film della Bier sembra sempre sul punto di eruzione di cattiveria giustiziera, come i film del gruppo Dogma. Invece no: la Bier propende per la revisione - non per la distruzione - delle velleità, accennando anche al fatto che essa può avvenire solo perché quella generazione giovane trent'anni fa comincia a estinguersi. Verità lapalissiana, ma che non viene mai scritta sui giornali e raramente viene affrontata anche al cinema.