Che bello quando ti dicono: ’Ndo vai? Nun me spigne

Scusi il bagno? È sulla sinistra, giù per il corridoio, tra Intimissimi e Furla. Se invece cercate un negozio di telefonia dove comprare il carica batteria dimenticato nella presa dell’albergo, basta proseguire in direzione B11, girare alla freccia A3 verso il Terminal A e lo trovate subito dopo Gucci. Se invece vi accontentate di un giornale, una rivista o una Settimana Enigmistica per ammazzare i canonici 50 minuti di ritardo Alitalia, andate sempre dritto verso l’area B21, passate sotto la fila dei monitor grandi (non quelli piccoli!) e non potete sbagliarvi: il giornalaio è dopo Dolce e Gabbana, accanto a Calvin Klein.
Potrebbero essere dialoghi partoriti dalla mente fantasiosa di un Philip Dick, o geniali paranoie di un Aldous Huxley, o ancora paradossali provocazioni di George Orwell. Avrete già indovinato: sono reali e normali stralci di conversazione che può udire chiunque bazzichi un aeroporto in questo affollato periodo estivo.
I dialoghi in questione, se si vuol essere precisi, sono stati uditi nella zona transiti di Roma Fiumicino.
Ma la localizzazione ha poca importanza, anzi non ne ha alcuna. Perché siamo tutti delocalizzati e ci muoviamo negli ormai celeberrimi non-luoghi (come aveva ben teorizzato il sociologo e antropologo Marc Augè, geniale osservatore del comportamento e delle aberrazioni dell’umano contemporaneo). Questo genere di «toponomastica da aeroporto» è uguale in tutto il mondo. È la stessa toponomastica che ritroviamo in un centro commerciale a Hong Kong, e nel sottopassaggio della metropolitana di New York. Il non-luogo, inoltre, spinge l’umano frequentatore a usare una non-lingua: il bagno diventa una toilette, il panino sandwich o snack, il caffè coffee e il bar coffee-shop.
In fondo anche a questo siamo già abituati, ci stordiamo di termini inglesi e pensiamo di essere internazionali. Ma la nuova frontiera della non-lingua, il paradosso ultimo si raggiunge quando senti due italiani che si rivolgono uno all’altro, a Roma per di più, in un misto paneuropeo di «escuse muà ist free this place?»
Alla fine fa quasi piacere quando un grugnito profondo ti aggredisce: «Aò, ndo’ vai? Nun me spigne. Nun vedi che me stai a venì addosso?».
Non è propriamente l’idioma dantesco del Bel paese là dove il sì suona. Ma conviene accontentarsi, sempre meglio della non-lingua...
caterina.soffici@ilgiornale.it