"Che brutta la Sicilia di Wender. Quella che amo è allegra e solare"

Battiato ha visto per noi il film del regista tedesco. "Palermo
shooting" lascia perplesso il cantautore catanese: "Condivido in pieno
la passione di Wim per De André, ma la sua visione è troppo cupa"

Palermo - «Altro che Goethe e i suoi Italienische Reise! Io vado molto più indietro, risalgo addirittura al XII secolo, quando Palermo, ricca di fontane e di palazzi marmorei, contava trecento moschee», dice Franco Battiato, il cantautore pop più sofisticato che l’Italia conosca. E che ha accettato di commentare a caldo le esternazioni di Wim Wenders riguardanti la «città tutta porto» (Panormos, questo sta a significare) e soprattutto le immagini di Palermo shooting - l’ultimo film del regista tedesco - che ha visto per noi. Per singolare coincidenza, ieri sembrava che le Muse inquietanti della Neue Welle tedesca si fossero date appuntamento nel capoluogo siculo: Hanna Schygulla, già pallida diva di Fassbinder, pronta a ritirare il «Premio Susan Strasberg» e l’autore de Il cielo sopra Berlino, teso a industriarsi nel lancio di Palermo shooting (dal 28 nelle sale). Per motivare il proprio lavoro, infatti, a un certo punto Wim, incastonato sullo sfondo d’un Trionfo della morte affrescato a Palazzo Abatellis (ripreso anche nel suo film) aveva citato l’olimpico Goethe, fonte continua d’ispirazione e punta di diamante d’un rilancio culturale in grande stile per la Trinacria.

È risaputo come il viaggio in Italia fosse tappa iniziatica imprescindibile, nel Settecento e oltre, per ogni tedesco di cultura, Wenders compreso. Abbeverarsi al mito, all’antichità, tra Venezia e Roma, Napoli e più a sud ancora, non fu rinunciabile neanche per Schiller, o per Winckelmann. «Ma se Palermo era, già nel Trecento, la seconda città più bella del mondo, dopo Cordova... Reputata superiore, soltanto perché aveva l’illuminazione», sorride Battiato, che adora la sicilianitudine, stato d’animo e di provenienza quintessenziale alla sua opera. E da Milo, alle pendici dell'Etna dove ha casa e studio d’incisione e registrazione, il cantante e regista esterna la propria visione della vita, dell’amore e della morte, paradossalmente antitetica a quella che promana da Palermo shooting, dove una corda teutonica, dunque spessa e continua, sottende ogni scena, ogni palpito di riflessione.

«L’unico elemento, che potrebbe legarmi, forse, a Wenders, nel suo sentire malinconico e profondo, posso ravvisarlo nel comune amore per Fabrizio De André. Mi fa piacere che Wim lo utilizzi, nel suo film, mostrando addirittura la copertina d’un suo vecchio disco. Ma, per quanto mi riguarda, preferisco fermarmi a Il cielo sopra Berlino, l’ultimo film che m’ha trasmesso buone vibrazioni. Non amo, per nulla, il Wenders americano, sperimentale... E Palermo non mi sorprende, come invece stupisce il collega germanico. L’ho frequentata in innumeri occasioni: nella Cattedrale, oltre un decennio fa, rappresentai la mia opera su Federico di Svevia, insieme al filosofo Manlio Sgalambro. Ricordo ch’era ancora vivo il Cardinal Pappalardo. Poi, ho avuto il piacere di suonare l’antico organo di Monreale: un’emozione non dimenticabile. Per me, Palermo vuol dire vacanza e felicità d’animo», spiega Battiato, che presto partirà per l'America. Ha in mente, infatti, un’altra idea di Palermo, strettamente legata al proprio erigendo film, Viaggio nel Regno del Ritorno, da realizzarsi tra Roma, Venezia, Londra e Madrid (budget alto, dunque) entro il 2009. «C’è un grande palermitano, Domenico Scarlatti, musicista insigne che nel Settecento insegnò all’Europa intera come cantare e parlare e musicare italiano. Né da meno è suo figlio Alessandro, benché nato a Napoli, super-palermitano pure lui, nel proprio musizieren. Ecco, loro saranno al centro del mio film». Per gli attori, Battiato ha in mente sconosciuta gente di prosa, ingaggiata in Inghilterra.

«Devo contattare la Warner Bros. Americana, perché questo film è costoso e, per far scoprire tanta eccellenza, occorre volare alto. Ma non troppo, nella metafisica. Farò conoscere Scarlatti, quale immenso clavicembalista, fagocitato da Maria di Braganza, sua allieva in Portogallo. Sostengo che il maestro Domenico, quando l’Infanta sposò il figlio del Re di Spagna a soli diciassette anni, divenne subito amante della giovane, alla quale dedicò oltre cinquecento sonate. E questo è amore: lei non lo fece più esibire, lui ne fu ben felice». Palermo è una, però Battiato e Wenders sembrano vederla con lenti focalizzate proprie, rispettive identità nazionali.