Ma che c’entra il ministro se crolla un muro antico

Lo scempio archeologico è stato causato da decenni di incuria, ma la verità è che non è strano che una calamità naturale distrugga rovine così antiche

Dunque, cade la torre del castello di Macchiagodena (in Molise), e Bondi si deve dimettere. Chi si è dimesso quando è caduta la Torre di Pavia? E chi si è dimesso quando le frane hanno travolto una casa a Massa e sono morte una madre e la figlia? Arriva il maltempo, tutto il Veneto è allagato, sono stati danneggiati duemila case e capannoni, annegati 300mila capi di bestiame. Si è dimesso qualcuno? Non il ministro per lo Sviluppo economico nominato sotto la pioggia, non Galan che già aveva minacciato di andarsene per le quote latte. Ognuno sta al suo posto. La politica, anche cattiva, non può rispondere della violenza della natura. Ma, invece, crolla la Casa dei Gladiatori a Pompei e le opposizioni chiedono le dimissioni di Bondi.

A me non pare strano che una rovina vada in rovina. È accaduto anche alla Domus Aurea, dopo fortissime piogge. Ma nessuno si è dimesso. Ieri mattina, in diretta radiofonica dalla Falcetti, una indignata presidente di Italia Nostra ha chiesto le dimissioni di Bondi, sostenuta da altre anime belle insistenti nel richiamare l’articolo 9 della Costituzione: la Repubblica... tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione. Belle parole. E forse proprio pensando a quell’articolo Napolitano ha dichiarato, dopo il crollo di Pompei: «Una vergogna per l’Italia. Subito spiegazioni senza ipocrisie».
D’accordo, ma Bondi cosa c’entra? Non mi sembra che possa essere attribuito a un ministro un danno al patrimonio alla tutela del quale è preposto un sopraintendente che ha responsabilità esclusiva indicata nelle sue funzioni e nel suo ruolo, e che, nel caso di una intervenuta e prevista o prevedibile difficoltà, non ha segnalato l’emergenza, neanche con l’allarme del cattivo tempo. Mi chiedo: se un magistrato sbaglia una sentenza, si dimette il ministro? O il sopraintendente è un irresponsabile? Nominato per inaugurare mostre e andare in giro per il mondo? Ma in questo caso neanche il sopraintendente è colpevole, in una situazione in cui lo stesso grande archeologo Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, dichiara l’inadeguatezza dello studioso a una realtà complessa come quella di Pompei e invoca una sorta di sindaco al di là delle competenze di un uomo di cultura (tanto che oltre al sopraintendente Pompei ha avuto due commissari, un prefetto e un dirigente della Protezione civile).

Le cause del crollo sono da far risalire a eventi naturali che possono determinare situazioni come quella di Pompei in edifici storici come in edifici moderni. Il ministro può essere responsabile di errori a lui riconducibili, non di calamità naturali. E allora, accogliendo, dopo le straordinarie prese di posizione dell’allora presidente Carlo Ripa di Meana, l’appello dell’attuale presidente di Italia Nostra per la tutela di un sito non meno importante di Pompei come Altilia, nel comune di Sepino, occorre chiedere non le dimissioni, ma l’intervento del ministro. Il quale, diversamente da competenze non sue sul piano tecnico, può, in questo caso deve, avere l’autorità e la volontà politica di impedire un irreparabile scempio non determinato da maltempo, abbandono o incuria, ma dagli interessi locali dalla deriva criminale della politica locale e dalla insensibilità culturale che hanno consentito con l’incredibile avallo formale del Consiglio di Stato l’installazione di un parco eolico con torri alte 150 metri in prossimità dell’inviolato sito archeologico molisano. Si sono mobilitate con Italia Nostra associazioni e migliaia di cittadini per impedire l’incredibile saccheggio di un’area incontaminata.

Il caso di Sepino è molto più drammatico del caso di Pompei perché dipende soltanto dalla volontà degli uomini. Ed oggi dunque occorre invocare l’intervento diretto del ministro dei Beni culturali che, a garanzia dell’articolo 9 della Costituzione, deve dare un segnale chiaro di contrasto all’inaudito sfregio per stimolare la reazione delle autorità locali, anche in contrasto con l’incomprensibile decisione del Consiglio di Stato che limita le potestà del ministero dei Beni culturali, vanificando il vincolo del direttore regionale. Questa volta il ministro deve intervenire per rivendicare la propria esclusiva competenza e per sollecitare il presidente della Regione a una concorde soluzione legislativa rispettosa dei principi costituzionali.

Ma a Pompei come a Sepino stupisce il silenzio del sindacato rispetto alle competenze di custodi e funzionari, mentre si attende che coerentemente, come ha fatto per Pompei, il presidente della Repubblica si pronunci in difesa di Sepino richiamando i principi della Costituzione. O essi valgono soltanto per i luoghi noti come Pompei, di cui parla tutto il mondo; e, invece, i luoghi «minori» o meno noti devono essere violati, stuprati, sfregiati in nome della legge?