Che cagnara contro l’Aida di Daniel Oren e Bob Wilson

RomaSembra che l’Opera di Roma se la sia cercata la cagnara che s’è scatenata nel corso dell’Aida inaugurale; considerato che il direttore artistico del teatro, Nicola Sani, artefice del nuovo corso, per giorni ha battuto sul tasto della regia rivoluzionaria, dello spettacolo non tradizionale ed assolutamente innovativo di Bob Wilson. Mentre, alla prova dei fatti, per quanto il più lontano possibile dal clima dell’opera di Verdi, una sua coerenza e bellezza, in tutta sincerità, l’aveva. Per chi conosce i suoi lavori, monocordi ma eleganti, essenziali e non privi di fascino, nessuna sorpresa; perché, ancora una volta non ha visto che la solita regia del solito Wilson, applicata a un melodramma di Giuseppe Verdi, che con quella temperatura espressiva, non aveva davvero nulla da spartire. Qualunque cosa cantino, Wilson obbliga i protagonisti a farlo in perenne stato di trance, di sonnambulismo indotto, con mossette desunte dai bassorilievi egizi, alla lunga stucchevoli. Luce, soltanto la luce popola la scena di questa Aida; come mai, allora, ai cambi di scena per ben due volte si sono uditi rumori di attrezzeria in palcoscenico? E poi la mania di aprire e chiudere continuamente siparietti verticali ed orizzontali per illuminare palcoscenico e interpreti, producendo un gran movimento anche quando sul palcoscenico dovrebbe giganteggiare il solo canto di Aida: «Ritorna vincitor!». Dopo aver spogliato di ogni orpello il palcoscenico, limitati al massimo i movimenti per dar spazio alla musica, il regista rischia di distrarci proprio dalla musica. Se la vicenda acquista certo in solennità, dando alla tragica storia d’amore fra Radamès e Aida un che di epico, il ritmo musicale stride nettamente con quello dello spettacolo.
Veniamo alla parte musicale. Daniel Oren, sul podio si sbraccia in maniera scomposta ed esagerata ( ma quando la finirà!), dandoci un’Aida esagitata, esagerata, ma priva di passione, colori e finezze. Dopo l’Otello di Muti, nel quale l’orchestra sembrava rinata, Oren con la sua direzione grossolana, povera di qualunque scavo vocale e strumentale, sembra aver cancellato il bel lavoro del grande direttore. Della compagnia di canto si salva solo l’Aida, vocalmente imponente ma poco introspettiva, di Hui He, cinese, che a Roma quattro anni fa aveva debuttato proprio in Aida (quella realizzata da Zeffirelli, per il minuscolo teatro di Busseto); il Radamès di Salvatore Licitra, sia vocalmente che stilisticamente non si salva del tutto; l’Amonasro di Ambrogio Maestri è più che accettabile, meno lo è Carlo Colombara-Ramfis; il coro sa cantare anche meglio. Eleganti i costumi, divisi fra il bianco ed il grigio scuro; ad eccezione di Amneris che veste di viola, sfidando la iella; e, puntualmente, la Casolla-Amneris, vocalmente in affanno, barcolla e rischia di carambolare a terra, in un palcoscenico liscio come l'olio.
Alla fine, i contestatori, ormai esausti, hanno abbassato i toni; allo stesso modo, pure gli applausi si sono smosciati. Si replica fino a venerdì prossimo, tutti i giorni, tranne domani (riposo).