Che campionato scarso

Non è scarso perché se il Cagliari batte il Siena è primo in solitario. Neppure perché Roma, Milan e Inter sono nella colonna di destra. O perché la Juve prima in classifica va a giocare contro il Chievo e non vince e non segna, oppure perché il Napoli, senza turn over, le prende al San Paolo dal Parma. Oppure perché, come ha dichiarato Antonio Conte, gli arbitri non tutelano chi fa gioco. E non lo è neppure perché in Europa ci stanno asfaltando fin dai preliminari, Roma e Palermo da Slovan Bratislava e Thun, squadre delle quali si potrebbe promettere milioni a qualunque appassionato in cambio di un paio di nomi di loro calciatori. E lasciamo stare lo sciopero, lo scudetto del 2006, gli stadi, le polemiche sui diritti tv, la Lega senza un presidente, perché al tifoso frega zero se va e si diverte.
Questo campionato è scarso perché lo respiriamo così, ci sentiamo declassati dallo spettacolo che non vediamo, lo avvertiamo impoverito perché i campioni sono spariti. E se Almiron segna un gol fantastico ce lo devono far rivedere cento volte fino a farlo diventare annoiante perché l’alternativa sono i denti del povero Ujkani che schizzano. Non c’è un solo tesserato di serie A fra i primi tre della classifica del Pallone d’Oro di questi ultimi tre anni. Il nostro top player, Zlatan Ibrahimovic, in questa classifica non ci ha mai messo piede, lo scorso anno non era neppure fra i 23 che hanno raccolto preferenze. Se in locandina non c’è la star la gente si avvilisce e la guarda alla televisione. Samuel Eto’o non è andato a giocare nel Real o nello United, è in Daghestan, ci hanno portato via anche Javier Pastore che resta un progetto, l’altro era Alexis Sanchez e se lo è preso il Barcellona. Aurelio De Laurentiis ha dovuto lavorare sodo per tenersi i tre tenori. E il primo cartellinato di serie A in classifica del pallone d’Oro 2010, Wesley Sneijder, quarto, è qui perché, parole di Marco Branca, non sono arrivate richieste. L’olandese, Ibra, Pirlo, i tre di De Laurentiis e Handanovic. Più un buon numero di seri professionisti su questo non si discute, ma ricordiamo tutti chi abbiamo visto giocare qui. Ci sarà anche il fair play finanziario di mezzo ma il campione non si compra e basta, si crea attraverso ambienti sereni e positivi, qualche buona idea, la fantasia che non ci manca e la cultura di tecnici che hanno il coraggio di proporre e anche di rischiare. Non c’è un solo allenatore seduto sulle nostre panchine che abbia vinto qualcosa a livello internazionale, l’unico è Alberto Malesani, una Uefa nel ’99 con il Parma, oggi peraltro a forte rischio esonero. Giovanni Trapattoni e Fabio Capello sono all’estero, Carlo Ancelotti e Marcello Lippi sono fermi. Quando a inizio campionato è stato chiesto ad Arrigo Sacchi, l’ultimo innovatore, cosa ne pensasse, l’ex ct ha risposto che continuiamo a pensare come cinquant’anni fa: «Siamo ancora qui con i portieri che non partecipano al gioco, attaccanti specialisti nel gol ma estranei a tutto il resto, centrocampisti che invece di costruire devono stare attenti alla fase difensiva. In Italia può funzionare, ma questo in Europa è un calcio penalizzante che mostra tutti i suoi limiti». Un paio di giocatori di serie A hanno confidato che alla vigilia di una partita contro una big, il loro allenatore gli aveva dettato questa tattica: «Tutti dietro e rilancio immediato per (bip), l’unica punta». Adesso le due uscite peggio dalla sesta di campionato, anzi la settima, altro casino, giocano la Champions, opportunità per un pronto riscatto. Walter Mazzarri dice: «Fa piacere che in Inghilterra, Germania e Spagna si siano accorti di noi e ci facciano i complimenti. In Italia invece si sentono dire cose assurde. Cose che non stanno né in cielo né in terra. Invece adottiamo un modulo che non è molto conosciuto e infatti è oggetto di studio». E noi a scrivere che il Napoli funziona bene solo se lo attaccano. Saremo stati contagiati da questa apatia generale.