Che ci volete fare: siamo poeti

Altro che leggero, quell’attacco era una piuma. Una piuma d’oca, di quelle con cui una volta i poeti vergavano i loro versi. E i poeti rossoneri, dal barocco Seedorf al neoclassico Pirlo, dall’ermetico (nel senso che neppure lui, spesso, sa quello che «scrive») Pato al trovatore Ronaldinho all’elegiaco Kakà, sembravano impegnati, più che a incantare il prosaico Sereni, a cercare il bandolo di una sterile metrica. Mentre Gattuso, ruvido cronista di «nera», volava di consueto basso e prendeva rabbiosi appunti sul suo taccuino sporco di fango. Ma anche il Torino ha in Rosina un dignitoso versaggiatore, il quale a un certo punto del certamen azzecca la rima baciata e la deposita sulla zucca di Stellone.
Che fare? Insistere all’inseguimento del Bello o riporre la piuma nel calamaio per impugnare la penna a sfera e rifare la storia della partita? Si è scelta una via di mezzo: la stilografica (dello stile il Milan proprio non riesce a fare a meno). Ne escono due bei ghirigori che mettono d’accordo il colto e l’inclita per la loro pulizia tecnica. Però, com’è abitudine della casa, non si riesce a «uccidere» la partita. D’altra parte, la poesia ha mai fatto del male a qualcuno? Sì, ai poeti medesimi i quali, alla fine della fiera, elevano un involontario carme ai Bauscioni. Loro, i Bauscioni, hanno là davanti una specie di Tolstoj bosniaco-svedese che qualsiasi parola metta sulla carta si trasforma in oro. E di fronte a quel gigante togliamoci il cappello.