«Che coraggio gridare ora allo strapotere dei pm»

RomaPresidente Francesco Cossiga, una nuova tegola s’è abbattuta su Uòlter Veltroni.
«Farò mie le parole di Parisi: non so come andrà a finire in Abruzzo, però c’abbiamo l’Ohio...».
Lei vuol scherzare, ma il Pd è frastornato.
«Allora citerò Zola, quando disse: in questo Paese la libertà personale dipende dal fatto che un giudice istruttore la mattina si svegli poggiando a terra il piede destro o quello sinistro...».
Magari i magistrati si sbaglieranno: però, anche se non è ancora provata nessuna delle accuse, resta il degrado morale testimoniato da un certo modo di gestione del potere, dal linguaggio usato nelle telefonate...
«Che vuole, è una questione di sudditanza psicologica. Magari ho fatto per anni l’oscuro consigliere a Vattelapesca, e poi mi trovo invitato a cena da Ligresti... C’è sudditanza verso i potenti: non della politica, ma del denaro».
La «questione morale» rischia di travolgere il Pd, un partito ancora in fasce.
«Ci credo, per la prima volta i postcomunisti si sentono vittime della presunzione di colpevolezza e di “attenzioni” cui non sono abituati. E Violante grida allo “strapotere dei magistrati”: Violante, si rende conto?».
La fine di un’epoca.
«La fine della presunta “diversità” comunista, come è stato detto: un concetto non politico bensì etico. Che dava loro una grande forza».
Un concetto coniato da suo cugino Enrico Berlinguer.
«Sì, Enrico legava il carattere aristocratico della famiglia paterna alla laicità borghese di sua madre, una persona di rigidi principi. Era talmente convinto che questo carattere dovesse distinguere il Pci dagli altri partiti, e in parte lo distingueva, che una volta chiese un incontro “urgente” con me presidente del Senato...».
Che cos’era successo di così grave?
«Fu quello che gli chiesi io quando me lo vidi arrivare assieme a Tatò a Palazzo Giustiniani di buon mattino. Sostenne la tesi che dovessi fare subito qualcosa contro il pericolo morale che Bettino Craxi rappresentava per il Paese...».
Morale?
«Ha capito bene: morale. Se si trattasse di un pericolo politico, capirei, gli risposi. Ma evidentemente in quel periodo faceva premio sulla sua intelligenza politica la sua educazione e il suo forte legame con la Chiesa cattolica. Più tardi maturò però l’idea che rubare per il partito fosse una “cosa diversa”, e in realtà lo era. Pochi sanno che Craxi è morto non certo ricco, e che soltanto negli ultimi anni i corruttori prendevano soldi per se stessi e non per la Casa madre».
Anche per questo forse il Pci-Pds riuscì a restare quasi immune da Tangentopoli.
«C’erano meccanismi di finanziamento diversi e personaggi come Greganti, davvero di altra tempra. Sa che durante un interrogatorio di Di Pietro, prese per il bavero l’ex Pm e lo sbattè contro il muro? “Noi comunisti abbiamo fatto la guerra di Spagna e la Resistenza, come puoi pensare che io abbia paura di te?”, gli disse a brutto muso».
Non parlò mai. Così come non si seppe mai chi avesse preso la famosa valigetta con i soldi di Gardini a Botteghe Oscure.
«Per quell’episodio Di Pietro si dovrebbe vergognare. Sa come si giustificò? Sostenendo che a Botteghe Oscure non si poteva entrare perché erano tutti deputati e senatori. Che coraggio! O che ignoranza del diritto!».
Si deve a lui il salvataggio del Pci-Pds?
«Ma no, lui è stato soltanto una pedina di cui altri si sono serviti».
Servizi segreti?
«Guardi che un po’ me ne intendo. I servizi segreti italiani lavorano molto meglio di come si dice e mai, dico mai, avrebbero potuto assoldare uno sballato come Di Pietro. Tutt’al più avrà fatto l’addetto alla sicurezza di qualche ufficio...».
Nel groviglio in cui ora si dibatte Veltroni, sarà comunque divertente vedere come se la sbroglia con Di Pietro.
«È stato il suo primo errore madornale: gli è bastato evocare il Demonio, evocarne lo spirito, per vedersi piombare i giudici sul partito... Però Uòlt nel rapporto con Di Pietro è un pendolare... Diverso Massimo D’Alema, che non ha mai provato simpatia per l’ex Pm, tutt’al più cercando di usarlo quando lo candidò al Mugello».
È plausibile che in queste storie che scuotono il Pd c’entri la faida tra Veltroni e D’Alema?
«Mi pare che molti dei personaggi coinvolti siano dalemiani. E persino De Magistris, quel giudice che con le sue denunce ha provocato la guerra tra le Procure di Salerno e Catanzaro, abbia messo in mezzo Minniti, Latorre e persino ripescato Greganti... Insomma, come per Unipol, i dalemiani sono sotto tiro da Firenze a Catanzaro. Sarà una coincidenza, ma... come diceva Agatha Christie? Possibile che alla terza volta si sia formata pure la prova».
Ma a questo punto che strada prenderà Veltroni?
«Che strada? Non sa che cosa fare. Per ora è lì frastornato, come si vede sul capitolo giustizia...».
E poi, come ne uscirà?
«Me lo chiede pure? Farà un gran discorso. Quindi andrà a riposarsi nel Vermont».