Ma che cos’è questo declino?

Sostenere che il nostro Paese è in «declino» può prefigurare qualcosa di sicuramente vero e di sicuramente falso, anche perché l’espressione declino è comparsa sulla scena politica relativamente di recente: ed è ormai, appunto, declinabile secondo necessità. Il dizionario dice che declino significa decadenza, abbassamento, scadimento, andare in rovina, esaurimento, addirittura morte: e nella vita civile di una nazione le sfumature di significato possono solo aumentare. Sicché, da anni, ciascuno spara la sua e il dibattito è financo demenziale. Pochi lo ricordano, ma il primo a parlare autorevolmente di declino fu il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio: era il giugno 1999, l’economia cresceva ancora del 3 per cento annuo, e però il governatore parlò di «società italiana destinata al declino» e ovviamente fu pandemonio. Peraltro Fazio aveva anche ragione, perché parlava del declino demografico: l’agenzia Eurostat indicava che l’Italia avrebbe perso sino al 64 per cento della popolazione entro il 2050, e su questo non ci piove, è declino. Tre anni dopo, però, precisamente nel dicembre 2002, Fazio parlò ancora di declino e fu ancora pandemonio: ma parlava della Fiat. A Torino era scoppiata la crisi lui parlò di «declino industriale» e «declino della competitività e della produttività». Poi la parola declino sparì dal gergo di Fazio, tanto che nelle Considerazioni finali dell’anno successivo non ve n’era più traccia: forse perché frattanto c’era stato l’invito del presidente della Repubblica Ciampi a non crogiolarsi, ecco, nella «retorica del declino». Ecco, è da allora che gli scongiuri sul declino sono diventati un passaggio obbligato per ogni Capo dello Stato che si rispetti. È da allora, pure, che la retorica del declino ha lasciato spazio a una fisiologica retorica del non declino: nessuno, difatti, si sognerebbe di sostenere il contrario di quanto detto da Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno, dire ossia che questo Paese non ha risorse né dinamismo né eccellenze né capacità innovativa. Nessuno direbbe che è il caso di abbandonarsi alla sfiducia, che tutto andrà a ramengo.
Se il capo dello Stato è costretto a inseguire ovvietà, dunque, è perché da anni basta dire «declino» per andare all’impazzimento. E dire che a usare questo termine, nel dicembre 2002, fu lo stesso uomo che smentirà ogni declino qualche anno più tardi, nel dicembre 2005: Giuseppe De Rita, lo storico segretario del Censis. Le 660 pagine che descrivevano l’Italia del 2002 parlavano di una società «a rischio» delusa per cambiamenti sperati e mai arrivati, debole nelle strutture economiche e istituzionali, epperò, sostenne De Rita davanti ai giornalisti, «damose ona calmata, i problemi veri sono troppo seri per essere affrontati nella turbolenza». De Rita parlò di un’Italia stanca e disillusa «che non trova la strada perché il passato è svanito e il futuro non si vede ancora, il sistema economico costruito sulle grandi industrie è in crisi, mentre le piccole continuano a mostrare vitalità e le medie sono in crescita: ma è troppo poco per costruire un nuovo modello, corriamo il rischio di un potenziale declino». Il bello è che De Rita ai tempi venne liquidato: la grande battaglia sul declino non era ancora incominciata. Entro pochi mesi invece l’impazzimento del Paese trasformerà in declino ogni fisiologico assestamento. La crisi seguita all’11 settembre e l’introduzione dell’euro: segni del declino. Le conseguenze delle guerre in Medio Oriente e di un notevole rincaro dei prezzi con relativo calo del potere d’acquisto: declino. Scambi di accuse invereconde sul tramonto del ceto medio, su nuovi e impensabili livelli di povertà: declino. Aggiungi i crac Parmalat e Cirio, la vicenda dei Tango bond, appunto la crisi Fiat, l’eccessivo apprezzamento dell’euro sul dollaro, l’agguerrita concorrenza asiatica, una generale stagnazione dell’economia europea: declino, e soprattutto declinisti, catastrofisti che additeranno presunte cadute del tasso di legalità, economie nere, il diritto fiscale sostituito dai condoni, invenzioni totali tipo la crescita della corruzione italiana documentata da confuse organizzazioni tipo Transparency international. E ancora: riforma del mercato del lavoro, legge Biagi come terreno di scontro ideologico, flessibilità scambiata per precariato, e su tutte una tesi propagandistica tipo questa: il governo Berlusconi ha prodotto poca occupazione, molto lavoro precario, una diminuzione delle tutele, una perdita del potere di acquisto ma soprattutto un aumento della povertà. Il declino. Nel libro «Ci sarà un’Italia», Romano Prodi e Furio Colombo avevano dialoghetti come il seguente; Colombo: «Evasione, condono, abuso e declino. Come siamo arrivati a questo punto?»; Prodi: «Evasione, condono e abuso sono comportamenti, il declino è una conseguenza di questi comportamenti». Trovato il colpevole.
Poi lo sappiamo, com’è andata. Domenica 9 aprile 2006, praticamente un minuto dopo il voto, il governatore Mario Draghi accennava a una ripresa che d’improvviso c’era. A parte il tessile, aggredito dall’impossibile concorrenza asiatica, ogni altro settore si era via via ristrutturato e rilanciato, persino le vele della produzione e dell’export ricominciavano a gonfiarsi. Le cassandre decliniste adesso si erano messe a dire che l’Italia è un grande Paese, e che ce la farà: altro che declino. E ora, per quanto ineccepibile e retorica, la lezioncina l’ha ripetuta Giorgio Napolitano: non c'è declino. Basta che al timone ci stiano loro. Anche per questo, oggi, è alla parola «declino» che si mette mano alla pistola.
Filippo Facci